I.II.   Che cosa non ci dovrebbe essere in una repubblica partecipativa: i leaders rappresentativi; i partiti.

Quello dei leadership studies è uno dei temi di ricerca più in voga oggi tra le giovani élite globalistiche, assieme a quelli dedicati all’attitudine e al talento e a diversi altri (gender studies, teamwork, project management, etc.). Non si può, in effetti, rinunciare del tutto allo spirito della basileia, ossia di quel “regno non monarchico” definito da Hannah Arendt come la più elementare forma di governo; esso è fondato sull’esperienza dell’avvio di un’impresa, coraggiosa, altruistica e condotta da un basileus scelto liberamente; sempre secondo Arendt, i valori su cui tale forma originaria di costituzione politica aristocratica si basa sono la lealtà, l’amicizia e l’affidabilità.

Il regno, così come l’aristocrazia, per Platone si fondano sulla distinzione (di uno, o di molti); essa è probabilmente una componente ineludibile, anche positiva, di ogni comunità; ma ciò non significa certo che sia un bene formalizzare, istituzionalizzare, persino burocraticizzare la distinzione e il carisma, come fanno per esempio – ma non sono certo le sole – le democrazie rappresentative chiedendo alle masse di eleggere dei leaders, seppur nei panni di deputati e senatori. Come la spersonalizzazione della politica è un pericolo grave[1], così la sua personalizzazione ne rappresenta, infatti, uno opposto ma altrettanto serio[2].

Le ragioni profonde per eliminare sia i partiti politici sia il meccanismo della rappresentatività a maggioranza, consistente nell’elezione a maggioranza di deputati in parlamento seguita dalla votazione di leggi a maggioranza da parte dei deputati stessi, sono studiate nel Piccolo manuale etico di filosofia politica.

L’assenza di vincolo di mandato, una regola dalla quale non si può né si deve prescindere, rende però gli eletti, paradossalmente, indipendenti dagli elettori. Ma, soprattutto, la regola della maggioranza è puerile: per quale ragione l’opinione della maggioranza delle persone dovrebbe fornire un indizio utile alla scoperta della verità e del giusto corso d’azione? Essa, dunque, andrebbe impiegata solo nelle rare occasioni in cui l’arte di generare pensiero nel discorso, ossia logos, fallisce nel suo tentativo di persuadere dialogando attraverso l’onesta ricerca della verità. I casi di tale fallimento non possono, ragionevolmente, essere molti; se lo sono, ci dev’essere qualcosa che non va – non sarà forse il fatto che la società è divisa in parti, tra loro in conflitto?

Ogni questione politica doveva essere risolta ricorrendo alla persuasione […] A Peitho, la persuasione, era stata dedicata in Atene una statua ed essa veniva riverita come una divinità. Nel V secolo era, in realtà, la grande forza protettrice della vita ateniese. (Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, cit.)

In una repubblica partecipativa non c’è posto per i partiti. I grandi regimi nazionalpopolari del Novecento – il violento, irrazionalista e retrogrado fascismo prima idealmente dannunziano e poi, concretamente, mussoliniano; il violento, razionalista e visionario comunismo prima futuristicamente leniniano e poi, spietatamente, staliniano – sono falliti per la stessa ragione: non chiedevano fedeltà e consenso per lo Stato, bensì per il Partito. Si rivolgevano, e in questo erano teoricamente degni di ammirazione, alle masse popolari, coinvolgendole e dunque politicizzandole; ma si trattava di una politicizzazione partitica e non istituzionale; il popolo veniva chiamato a fondersi non nella comunità e dunque nel tutto, ma nel partito e dunque nella parte. Si creavano di conseguenza una cittadinanza “di serie A” e una cittadinanza “di serie B”.

La questione del ruolo divisivo dei partiti non si può ridurre alla condanna del partito unico. Il pluralismo partitico delle democrazie liberali ammorbidisce sì l’impatto del problema, ma non lo risolve alla radice: una società di parti tra loro in competizione non sarà mai una comunità.

Il pluralismo particolaristico è uno dei capisaldi ideali del pensiero liberale[3]. Si parla spesso del fallimento di quest’ultimo, ossia della sua incapacità di evolversi in pensiero sociale al contempo conservando le sue conquiste civili più importanti, ma tale fallimento non è un dato di fatto: è un’interpretazione pessimistica. Ottimismo vuole invece che una tale evoluzione, infine, riesca, anche se certamente non attraverso l’utopia socialdemocratica, a mio parere una combinazione a lungo termine insostenibile di statalismo e liberismo[4], bensì tramite una trasformazione radicale del liberalismo, il quale – anche questo giova ricordare – nacque e mosse i suoi primi passi in un contesto monarchico e dunque, pur combattendo sempre l’assolutismo e il dispotismo, del contesto in cui crebbe porta ancora su di sé molte tracce.

Se il pessimismo dice no e l’ottimismo dice sì, il realismo cosa dice, di questa possibilità di evoluzione? Domanda sbagliata: quando qualcuno propone di migliorare qualcosa, deve essere infatti ottimista, non realista. è quando si sta a guardare, che si può provare a essere realisti: l’ho fatto nel Piccolo manuale etico di filosofia politica. Qui voglio invece contribuire a un cambiamento. Pertanto, assumo – e m’impegno a dimostrarlo – che sia possibile conservare le migliori conquiste civili del liberalismo e, allo stesso tempo, superare il suo costituzionale attaccamento alla proprietà privata e al pluralismo particolaristico.

Con un tale solido perno ad aiutarci nelle oscillazioni, andiamo poi a vedere cos’altro ci sia stato di sbagliato, oltre al ruolo del partito, nel fascismo italiano prima dannunziano e poi mussoliniano e nel comunismo sovietico prima leniniano e poi staliniano. E, poiché non amo le semplificazioni manicheistiche, andiamo contemporaneamente a vedere anche cosa ci fosse di buono (poco, diciamolo subito) in entrambi.

[1] “Ma il fatto che in un’autentica burocrazia, in questo governo di nessuno, nessuno occupi la sedia vuota del comando, non significa che gli elementi di dominio siano scomparsi. Questo nessuno domina in maniera assai efficace […] Se qualcuno chiede conto, nessuno può darglielo perché nessuno è ritenuto responsabile. Al posto delle decisioni arbitrarie del tiranno, troviamo l’ordinamento casuale di procedure universali che sono al di là dell’arbitrio e della malevolenza: non esiste alcuna volontà alle loro spalle, ma non esiste nemmeno alcuna possibilità d’appello […] È il governo di nessuno il rischio sempre presente in tutte le società che si fondano sull’eguaglianza universale, non l’anarchia […]” (Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, 1953).

[2] L’odierna personalizzazione della politica è una reazione, scomposta, alla sua sempre crescente spersonalizzazione. Le persone comuni hanno giustamente paura di una politica spersonalizzata, tecnicistica; gli intellettuali hanno altrettanto giustamente paura di una politica personalizzata, autocratica. La soluzione sta in una politica comunitaria, in cui persone decidono insieme – ma non oscurando le finestre e imbavagliando la stampa, come avviene alle riunioni del gruppo Bilderberg, bensì in modo trasparente.

[3] L’illusione che leggere e confrontare diversi giornali, ciascuno schierato da una parte diversa, aiuti a capire dove si trovi la verità è una delle tante manifestazioni di questa cultura.

[4] Il ricorso all’interventismo socialdemocratico è giustificabile solo in casi eccezionali, ma per il resto serve a tenere buoni i disperati e a generare un consenso connotato ideologicamente, dunque non autentico. Il sistema socialdemocratico consente al liberismo di esprimersi compiutamente, perché mediante un pervasivo controllo della società finalizzato a garantire il rispetto delle regole esso rimuove gli ostacoli al suo sviluppo. Il problema, naturalmente, non sta né nel voler fare rispettare delle regole né nel desiderio di vigilare contro l’illegalità; sta invece nel fatto che si tratta di regole liberiste e di una vigilanza estremamente pervasiva.