I.IV.   Che cosa ci dovrebbe essere in una repubblica rappresentativa: il primato della politica; una cultura.

Molti pensatori occidentali – ne riparleremo a breve – hanno oggi paura dell’identità culturale, come se si trattasse di qualcosa di mistico e destroide invece che di una cosa semplicissima ed estremamente sana, ossia del collante valoriale che tiene insieme, rendendola solidale, una comunità. Ogni società autentica, l’abbiamo detto, è una cultura, così come ogni cultura autentica è una società; non è pertanto vero che una comunità abbia una cultura – chi la vedesse in questo modo, farebbe paura anche a me. Ma il diffuso tabù dell’identità culturale è una manifestazione dell’individualismo occidentale, un fenomeno che non risparmia certo gli intellettuali. Questo tipo di identità collettiva è per molti occidentali quello che l’acqua è per i due pesci di David Foster Wallace:

una mattina, due giovani pesci nuotavano insieme, spensierati. Un pesce anziano, passando loro accanto, si fermò e chiese loro: “com’è l’acqua oggi, ragazzi”? I due giovani risposero cortesemente: “tutto bene, grazie”; non appena l’anziano si fu allontanato, si guardarono perplessi, finché uno chiese all’altro: “ma che cos’è l’acqua”? (storia raccontata da David Foster Wallace a degli studenti, nel 2005, in Ohio)

Nei due capitoli precedenti, tentando di dimostrare come in una comunità solidale che abbia la forma di una repubblica partecipativa non ci debba essere posto per partiti né per leaders rappresentativi, ho assunto un atteggiamento volutamente ottimistico verso una radicale trasformazione in chiave comunitaria – quindi, implicitamente, identitaria – del pensiero liberale; ho poi sviscerato – alla quasi disperata ricerca di aspetti positivi – il fascismo italiano e il comunismo sovietico; da tali viscere ho estratto, con molta fatica, la consapevolezza di come sia oggi importante riscoprire, in politica, sia la capacità di guardare indietro che la volontà di ascoltare i filosofi.

Torniamo ora, in questo capitolo, a ragionare sull’attualità; più in particolare, torniamo a riflettere sui termini del dibattito ideologico odierno, nella speranza che ciò ci chiarisca ulteriormente le idee e ci permetta di meditare su quali cose dovrebbero invece avere un posto garantito nella nostra repubblica; al tempo stesso, praticheremo ancora l’arte del viaggiare indietro nel tempo, anche se ci recheremo in un periodo meno lontano di quello visitato nel capitolo precedente.

L’accesa e confusa discussione sul sovranismo e sul populismo ha bisogno di essere chiarita nei suoi presupposti; chi attacca il sovranismo identificandolo con il populismo, con il nazionalismo e con l’antieuropeismo, ed esalta la competenza e il senso di responsabilità della “sinistra” contrapponendole alle invasioni barbariche della “destra”, infatti è spesso estremamente incompetente nella sfera della teoria politica.

Verso la fine del 1999, grazie a un’efficace azione di disturbo organizzata durante una riunione del W.T.O. a Seattle, emerse fragorosamente alla percezione dell’opinione pubblica un movimento politico internazionale, quello dei no global, destinato poi però a rimanere al centro dell’attenzione politica e ideologica per soli altri due anni, sostanzialmente fino all’11 settembre del 2001. La “guerra al terrorismo” e il richiamo quasi tribale dei neocon bushiani a un patriottismo aggressivo sottrassero ai no global la possibilità di continuare a raccogliere consenso intorno alle proprie posizioni ideali; il movimento si indebolì e disperse.

Le loro idee sono però sopravvissute, diffondendosi e crescendo sottoterra, soprattutto in Europa; così che oggi, a distanza di vent’anni da quella famosa riunione, si ripropongono con forza, anche se manifestandosi in forme del tutto nuove rispetto alle sembianze da esse assunte durante quella prima stagione: in primo luogo, in modo quasi irriflesso, si esprimono in diversi movimenti di piazza – il più eclatante dei quali è stato quello dei gilet jaunes in Francia – che reclamano dai governi maggiore attenzione verso i bisogni materiali concreti della popolazione appartenente agli strati sociali svantaggiati; in secondo luogo, prendendo forma intellettuale, esse hanno dato vita, tra l’altro: alla nozione di “decrescita serena” di Serge Latouche; alla presa di coscienza (con Éric Sadin) della necessità di dare avvio a una resistenza consapevole contro l’ideologia e la pratica “della Silicon Valley”; alla diffusione su vasta scala della nozione di sovranismo – quella autentica, portata avanti da intellettuali non allineati. Tre sbocchi ideali differenti, ma accomunati dal rifiuto della concezione sociale neoliberista e tecno-consumista e dalla volontà di affermare il primato della politica sull’economia[1]. Infine, assumendo una forma quasi classicamente politica, gli ideali no global hanno fortemente influenzato – assieme alla questione morale, specificamente italiana – l’ideologia del movimento italiano fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, il già citato Movimento Cinque Stelle, nato nel 2009 e giunto al governo, grazie a un’ascesa decisamente rapida per un Paese attualmente tradizionalista come l’Italia, nel 2018.

La categoria del “sovranismo” viene a volte usurpata (come accadde al comunismo marx-engelsiano con Stalin e con altri autocrati in parte o completamente totalitari) da uomini politici allo stesso tempo nazionalisti e populisti: oggi ciò sta avvenendo, in chiave antieuropeista, grazie a Matteo Salvini, Marine Le Pen, Donald Trump, Viktor Orbán, Boris Johnson. Il sovranismo, però, non ha in realtà nulla a che fare con il nazionalismo, né con il populismo, né tanto meno con l’antieuropeismo. Esso non si occupa del problema di quali debbano essere l’estensione territoriale e il sostrato etnico della comunità statuale; né tratta della questione di quale strato sociale, fra il popolo e le élite, debba detenere il potere; il sovranismo si interessa del rapporto tra economia e politica.

Chi pensa in termini autenticamente sovranistici intende restituire alla politica – e non esclusivamente all’alleanza politica tra governo e popolo, come vorrebbero i populisti e gli autoritaristi, né al solo sistema politico dello Stato nazionale, come vorrebbero i nazionalisti e gli statalisti, bensì a tutta la comunità – il primato sull’economia.

Ristabilire il primato della politica, infatti, non comporta necessariamente che si debba recuperare il ruolo storico della nazionalità; ma certamente implica la valorizzazione di quello della cittadinanza. In altre parole, adottare un’attitudine sovranista non significa necessariamente optare per il rafforzamento dello stato nazionale, né necessariamente desiderare l’emancipazione politica delle numerosissime comunità locali, né necessariamente auspicare il consolidamento delle poche istituzioni politiche sovranazionali: questi sono sviluppi futuri che saranno decisi dalla Storia e che nessuno di noi può oggi prevedere. Quel che si può e si deve fare, invece, è rendere concreto il valore fondamentale della cittadinanza creando una comunità solidale; a sua volta, nessuna comunità solidale di cittadini può esistere e resistere senza possedere una propria identità: bisogna dunque infrangere l’odierno tabù – attivo, per la verità, solo tra diversi intellettuali “di sinistra” e tra chi li segue acriticamente – rispetto alla questione, alla quale abbiamo accennato in apertura di capitolo, dell’identità culturale, eliminando da tale nozione il contenuto etnico/territoriale legato alla nazionalità e rivitalizzandola attraverso l’accettazione della necessità per ogni comunità di liberarsi dell’interculturalismo, per coltivare una propria cultura[2], una propria filosofia civica ed etico-politica, ossia di ispirarsi a un insieme organico di valori fondamentali condivisi, che la tengano unita, che la rendano solida, aperta, libera e coraggiosa e in grado, quindi, di opporsi alle attualmente potentissime forze disgregatrici.

Il movimento no global delle origini era in parte localista, in parte “glocalista” (think globally, act locally, uno slogan celebre ma che, quando tradotto in pratica, non vuole dire assolutamente nulla, così come non significa proprio niente il motto a un tempo sovranista, socialista e nazionalista del per altri versi preparato e incisivo filosofo italiano Diego Fusaro: “valori di destra, idee di sinistra”); oggi che, come detto, gli ideali fondamentali di quel movimento stanno tornando a farsi sentire, l’irrilevanza delle questioni dell’estensione territoriale e della base etnica dell’agire politico deve farsi chiara: la lotta all’aggressiva ideologia del globalismo è sacrosanta, ma non porta con sé necessariamente anche una lotta contro la globalità di fatto. Quando è nei fatti e non nella propaganda, la globalità non ha infatti nulla di spaventoso; il problema è che essa è molto più spesso nella propaganda che nei fatti. La “rilocalizzazione” di Latouche è fondamentale per liberarci dall’ossessione per la crescita, ma non comporta di per sé uno scontro frontale con una visione universalistica della cittadinanza. Opporsi con forza ai nuovi cliché idelogici del senzaconfinismo e dell’immigrazionismo non significa né ritornare a invocare la sacralità dei confini nazionali né chiudere orgogliosamente le frontiere in faccia ai disperati.

Non sono certo i confini a essere irrilevanti oggi; ma ragioneremmo su fattori strategicamente irrilevanti se ponessimo le questioni politiche in termini territoriali ed etnici. Intendiamoci bene: il territorio e le etnie hanno e avranno sempre ragione di esistere, sono e saranno degli elementi in tutto e per tutto rilevanti; ma non si può oggi decidere a priori lungo quali confini e con quali etnie o gruppi di etnie si possa combattere meglio la lotta fondamentale per il primato della politica sull’economia.

Altri errori da non commettere se si vuole praticare un sovranismo autentico: combattere il fanatismo della crescita è giustissimo, ma non vuol dire necessariamente che si debba perseguire una politica mirata a ottenere la decrescita; la lotta contro il “neoliberismo digitale” è fondamentale, ma non significa che dovremmo sicuramente distruggere le tecnologie di intelligenza artificiale fondate sulla raccolta dei dati, sullo sviluppo di algoritmi e sul perfezionamento della connessione uomo-computer, bensì significa che esse dovranno essere completamente subordinate alla cittadinanza, attraverso una nuova concezione – che vedremo meglio più avanti – della nozione di interesse pubblico capace di sottrarsi alla dicotomia tra “statale” e “privato”; combattere il dirittismo – una nuova deformazione sociale che si manifesta, ad esempio, nella rivendicazione del diritto alla generazione tecnica di figli – non implica in alcun modo una rinuncia o un arretramento rispetto alle passate conquiste di autentici diritti civili.

Ancora: la presa d’atto del definitivo fallimento del meccanismo della rappresentatività politica a maggioranza fondata sul ruolo dei partiti non comporta un ritorno all’inganno di un rapporto diretto, di una sorta di sacra alleanza tra il governo e il popolo, anzi: il ruolo del parlamento deve divenire più centrale che mai. Il parlamento è il luogo dove la legge sconfigge l’arbitrio. Per Immanuel Kant, esistono solo due forme di governo: la repubblica, in cui il governo si fonda sulla legge, e la tirannide, in cui il governo si basa sull’arbitrio. Una repubblica al cui cuore stia un parlamento formato con criteri partecipativi e non elettivi (vedremo meglio, più avanti, come ciò possa essere effettivamente realizzato), un parlamento che veda agire al suo interno solo persone dotate di spessore umano e culturale (due aggettivi che in verità potrebbero ridursi a uno, filosofico: perché, sempre con Kant, la vera filosofia è “dottrina della saggezza”) che prendano decisioni legislative (fondate su quella virtù di immaginazione che per Gramsci è una caratteristica essenziale del grande uomo politico[3]) attraverso l’arte della persuasione mediante il logos, ossia il pensiero nel discorso, il dialogo: ecco come potremmo delineare una repubblica fondata sul sovranismo parlamentare.

Il sovranismo oggi deve liberarsi, scrollandoseli di forza dalle spalle, dai suoi parassiti, ossia dal populismo, dal nazionalismo, dallo statalismo; inoltre, ha bisogno di fare propria quella corrente di pensiero che reclama il primato della politica non solo sull’economia (che i parlamenti siano più autorevoli delle “banche centrali” e dei “fondi monetari”, per favore) ma anche sulla tecnologia (che i parlamenti siano più autorevoli di Google, Apple e Amazon, ve ne preghiamo). La tecnologia non è solo il “neoliberismo digitale” della Silicon Valley ben raccontato da éric Sadin: è anche la generazione tecnica di figli, ossia la compravendita e la manipolazione tecnologica di ovuli, spermatozoi, uteri, e – in ultima analisi – l’acquisto e la manipolazione biologica e psicologica di madri, di padri e di figli. Non è possibile che la resistenza contro questa nuova barbarie debba essere appesa al filo di quella “coscienza cattolica” trasversale ai partiti che caratterizza, ad esempio, la politica italiana: è meglio di niente, certo, ed è un motivo per essere in parte orgogliosi di noi stessi il fatto che la fecondazione assistita eterologa non sia permessa in Italia; ma non basta. Quello della resistenza alla generazione tecnica di figli è un valore che tutta la comunità deve imparare a far proprio, introducendolo nella propria costituzione; altrimenti, ci attende un futuro in cui uno Stato totalitario “di sinistra” fornirà i figli alle famiglie, realizzando un ribaltamento speculare della politica di quegli Stati totalitari “di destra” che chiedevano alle famiglie di fornirgli dei figli.

Abbiamo detto come il populismo consista in un’alleanza diretta, ossia priva di filtri, disintermediata, una sacra e ipocrita alleanza tra il governo e il popolo, per cui alle élite non è consentito recitare alcun ruolo politico ufficiale – situazione da cui deriva quella distorsione che chiamiamo “capitalismo”, ossia l’enorme ruolo, tutto dietro le quinte (e quindi incontrollabile) del palcoscenico politico ufficiale, svolto dall’élite tecnico-economico-finanziaria: prendersela con le riunioni “oscurate” del gruppo Bilderberg si può e si deve, ma in una traversata notturna oppressa dalla foschia esse non sono altro che la punta opacamente visibile di un iceberg quasi completamente sommerso. A proposito della disintermediazione populistica, estremamente significativo è il ruolo oggi svolto dalla tecnologia della comunicazione “sociale” a distanza mediante aziende quali Twitter e Facebook, che va a sostituire quello svolto per secoli (a partire dal Rinascimento) dalla qualità umana e professionale dei singoli giornalisti e della loro rete di rapporti; questa degenerazione dei filtri, associata al protagonismo della tecnologia (parleremo più avanti della minaccia di un totalitarismo sociale) genera il serio rischio di un’involuzione che attraverso forme di autoritarismo populista e capitalistico ci conduca fino a un totalitarismo statalista, spersonalizzato e tecnocratico, un rischio che si fa ancor più grande – come detto – quando si progettano forme di democrazia diretta via web.

L’allenza populista non è tra governo e popolazione, ma tra governo e popolo; non coinvolge dunque tutta la comunità, ma solo la maggioranza. Già in Aristotele questo era molto chiaro: la democrazia era per lui, propriamente, il governo della maggioranza[4]. Ne segue che ogni democrazia è intrinsecamente populista, a meno che al suo cuore non vi sia un parlamento che sia propriamente pubblico, ossia che rappresenti tutti esprimendo un’élite culturale di fatto, mutando così una democrazia della maggioranza in una repubblica di tutti. Un’élite culturale di fatto rispetta quell’esigenza originaria, insieme atavica e fondativamente politica, di distinzione di cui abbiamo parlato, ma senza formalizzarla; non è classista, come erano le élite liberali e conservatrici del liberalismo classico, quello precedente l’adozione del suffragio universale e il passaggio dalle costituzioni aristocratico-monarchiche alle costituzioni (di fatto anche se non sempre di nome) repubblicano-democratiche; né è elitista, perché l’elitismo non è mai in armonia con i fatti; semplicemente, è un’insieme aperto, pubblico di persone dotate di quello spessore filosofico, ossia umano e culturale, di cui abbiamo scritto poco sopra. Il loro potere politico è concepito solo come conseguenza del loro essere élite culturale di fatto, non come sua formalizzazione: chiunque non abbia incarichi istituzionali ma sia di fatto, esclusivamente grazie al proprio spessore “filosofico”, parte di tale élite pubblica possiede infatti un potere d’influenza mediante capacità di persuasione, sebbene eserciti tale potere – a meno che non desideri entrare nella scuola per divenire parlamentare – all’esterno del parlamento, ossia pubblicamente anche se non formalmente, istituzionalmente. In un quadro così delineato, il potere politico (legislativo) istituzionale non è che una conseguenza del potere politico pubblico ed è a esso essenzialmente subordinato.

Bisogna dunque alterare l’attuale stato delle cose, in cui il parlamento, funzionando attraverso la mediazione dei partiti (generalmente di massa come in Germania e in Italia o generalmente di classe come nel Regno Unito e in Francia, poco importa), viene a rappresentare la maggioranza: esso deve divenire rappresentativo di tutta la comunità e, perché ciò avvenga, non è sufficiente adottare meccanismi proporzionalisti; se si vuole che esso rappresenti l’intera comunità, bisogna far sì che sia composto in modo partecipativo e non più partitico-rappresentativo. In ultima analisi, per raggiungere la piena rappresentatività morale, a un tempo simbolica ed effettiva, della comunità il parlamento deve paradossalmente rinunciare alla rappresentatività elettiva della comunità stessa, in quanto la prima forma di rappresentanza è qualitativa, mentre la seconda è quantitativa.

Un altro fenomeno a cui opporsi mediante la creazione di un tale parlamento è la degenerazione del riformismo: sulla diabolica combinazione tra l’ideale del progressismo riformista e il dogma dell’alternanza al governo, come sulle ragioni profonde che stanno dietro le altre istanze di cui abbiamo parlato finora, mi sono dilungato nel Piccolo manuale etico. Qui, da un punto di vista pratico, voglio invece chiedermi: come si possono mettere insieme tutte queste istanze – invece di affrontarle una per una, quindi fatalmente in modo frammentario – in un unico programma politico, che esprima una visione d’insieme? Si può fare, spero, proprio praticando quel sovranismo parlamentare di cui abbiamo appena detto e che, probabilmente, sarà meglio chiamare repubblicanesimo partecipativo.

Altra domanda fondamentale: come evitare che tale programma politico diventi tecnocratico? Altra risposta semplice, spero: rifiutando il gradualismo. Il caso dell’involuzione apolitica ed economicistica dell’originariamente pienamente politico progetto paneuropeo, fondato di fatto sull’idea – d’ispirazione geopolitica statunitense – di un’integrazione gradualistica, dimostra infatti come il gradualismo sia inevitabilmente tecnocratico. Una repubblica partecipativa, pertanto, va creata rapidamente; molti degli sviluppi che – auspicabilmente – le seguiranno in modo più o meno spontaneo potranno e dovranno essere graduali, ma la sostanza del programma, ossia l’abolizione dei partiti e delle elezioni grazie alla creazione di un parlamento non elettivo, aperto a tutti, dotato di rappresentatività qualitativa e non quantitativa (nel prossimo capitolo dialogheremo su come ciò si possa realizzare e parleremo di quanto sia altrettanto sostanziale istituire un regime di lavoro a tempo parziale per tutti) e operante all’interno di un quadro costituzionale capace di interpretare in modo nuovo la nozione di interesse pubblico deve essere realizzata rapidamente e con forza – anche se certo non immediatamente e, assolutamente, senza violenza[5]. Poi verrà, con la povertà – perché tale repubblica, inevitabilmente, si svilupperà lungo un percorso di autarchia economica rispetto ai Paesi che ancora subiranno il primato dell’economico sul politico e quindi, probabilmente, genererà inizialmente povertà, anche se non è detto e anche se si può essere poveri in modo dignitoso – verrà con la povertà, dicevo, il comunismo marx-engelsiano, ossia la scomparsa della proprietà privata, sia nella sua versione corrente, liberale quindi individuale, che in quella collettivistica, statalistica[6]. Marx divenne povero a causa delle sue idee; esse, nonostante la complessità intellettuale di alcuni suoi scritti, possono essere comprese veramente solo dai poveri.

Ancora a proposito di comunismo e di sovranismo: l’abbiamo detto, si tratta di categorie ingiustamente screditate. Però, se vogliamo costruire una narrazione[7] capace di diffondersi, di raccogliere consenso e di agire, dobbiamo venire a patti con l’immaginario collettivo: dunque, se il sovranismo autentico, incentrato a mio parere sul primato della politica e del pubblico nonché sul ruolo fondamentale di un parlamento composto da “filosofi”, e il comunismo marx-engelsiano, basato sulla scomparsa della proprietà privata, continueranno a formare la sostanza profonda del nostro pensiero, adotterò però – per presentarlo e diffonderlo – una formula più fresca, meno logorata dagli abusi e dalle strumentalizzazioni della Storia e, questo è essenziale, altrettanto onesta: parleremo dunque, come già più volte anticipato, di repubblica partecipativa.

[1] Impiegherò da qui in avanti il termine “economia” nel suo senso oggi più diffuso e meno preciso, quello riferito alle attività di produzione e di scambio tramite moneta di beni materiali e di servizi, non nel suo significato più appropriato e accurato, ossia quello indicante un’attività fondamentale praticata da ogni organismo naturale e culturale, organismi sociali inclusi: quella di mantenersi in equilibrio. In quest’ultima accezione, naturalmente, non avrebbe alcun senso parlare di “primato della politica sull’economia”.

[2] A scanso di equivoci, lo ripeto: una comunità non ha una cultura; essa è una cultura, così come una cultura è una comunità.

[3] “[…] nell’attività politica ha grandissima parte la fantasia […]. Nella vita politica l’attività fantastica deve essere illuminata da una forza morale: la simpatia umana […]. Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini di una città, di una regione, di una nazione, è necessario sentire questi bisogni; è necessario potersi rappresentare concretamente nella fantasia questi uomini in quanto vivono, in quanto operano quotidianamente, rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere” (Antonio Gramsci, “Politici inetti”, 3 aprile 1917, ne La città futura. Scritti 1917-1918, 1982). A mio parere, l’oggi tanto sbandierata dicotomia tra onestà e competenza lascia il tempo che trova: si tratta di due prerequisiti imprescindibili, comuni a tutte le professioni, ma nel governo della cosa pubblica esse non servono a nulla se non si accompagnano a doti specificamente politiche, quali ad esempio le capacità di provare empatia, di impiegare l’immaginazione, di dotarsi di una visione ideale – e l’eccellenza nell’arte del dialogo.

[4] Una forma di governo che, nel pensiero di Alexis de Tocqueville e non solo, corre il rischio di trasformarsi in tirannide della maggioranza.

[5] Nel capitolo II.V discuto la differenza tra forza e violenza.

[6] Attenzione alle profezie storiche, però: spero che verrà, ma non lo so. Di una possibile via d’uscita graduale dalla dicotomia tra proprietà privata statale e proprietà privata individuale tratto più avanti, nell’intermezzo.

[7] A proposito di “narrazioni”: stando a Next di Alessandro Baricco e agli studi di Yuval Noah Harari trattati nel Piccolo manuale etico, esse sono tutte false, tutte utili. Non è così: ci sono narrazioni false, come le ideologie (basti pensare al nazionalsocialismo) e narrazioni vere, come le culture. Rimando al Piccolo manuale etico per un chiarimento sia su cosa intendo per “false” e “vere” in questo contesto che sulla differenza tra ideologia e cultura.

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