Come nell’epoca in cui visse Cristoforo Colombo il popolo credeva che la Terra fosse piatta mentre i dotti sapevano che non lo era, così oggi la popolazione (incluse le élite non bene istruite) crede molte cose che le persone bene istruite (inclusi i proletari colti) sanno essere false. Una di esse è, che il giro completo della Terra intorno al Sole duri un anno, mentre in realtà il giro della Terra intorno al Sole è un anno, ossia è l’unità di misura, non l’evento misurato.

Altre idee false, che i più oggi credono essere vere, sono le seguenti (le motivazioni alla base delle mie qui a volte lapidarie repliche sono esposte approfonditamente nel mio Piccolo percorso etico di filosofia politica):

-gli esseri umani sono progrediti moltissimo negli ultimi secoli, anzi: dal tempo in cui eravamo simili alle scimmie, siamo sempre progrediti. L’evoluzione, al di là dell’interpetazione che ne viene data dalle per molti versi contestabili teorie del “neodarwinismo” e del “darwinismo sociale”, non è altro che un cambiamento continuo, sia nel senso di “costante” che nel senso di “analogico”; un cambiamento nella maggior parte dei casi neutro rispetto al “meglio” e al “peggio”, in pochi casi progressivo, in pochi altri regressivo. Quello del progresso, inteso come legge naturale e storica intrinseca all’esistere umano, non è che l’ennesimo mito di cui liberarsi.

-La storia umana degli ultimi secoli è la storia di un lungo declino: si stava molto meglio prima. Questa idea contraddice la precedente ed è altrettanto falsa, ma ciò non impedisce alla maggioranza delle persone di credere a entrambe.

-La competizione tra individui è essenziale per la sopravvivenza e per il progresso. La collaborazione è sempre positiva, mentre la competizione è positiva solo in pochi casi.

-Avere figli è un diritto civile (un diritto dei genitori, non dei figli): bisogna quindi aiutare con qualsiasi mezzo le coppie eterosessuali ad avere figli ed esattamente lo stesso va fatto per le coppie omosessuali e per i single di qualsiasi orientamento. Uno dei principi etici fondamentali nella nostra cultura, meravigliosamente valorizzato nella riflessione di Immanuel Kant, è quello per cui in nessun caso una persona può essere un mezzo per i nostri fini. Dunque, la gravidanza surrogata è inaccettabile, così come lo è la fecondazione assistita eterologa.

-La musica è un linguaggio universale. La musica è un fenomeno culturale e non naturale; non è esclusivamente umano – ormai sappiamo bene che molti altri animali sono capaci di cultura, come del resto si sarebbe potuto facilmente immaginare anche senza bisogno di cercarne prove scientifiche – e varia, anche radicalmente (ossia, nei suoi principi fondamentali) secondo il variare delle comunità umane che lo praticano.

-La natura del mondo è matematica. Le moltissime cose non misurabili, non per carenze tecniche ma per loro stessa natura, contraddicono questa credenza (basti pensare al tempo: nessuno è mai riuscito, né mai riuscirà, a creare un calendario definitivo). Potremmo fare un compromesso, seguendo Bertrand Russell, per il quale la matematica è, insieme alla logica, “l’alfabeto del libro della natura ma non il libro stesso”; a esser del tutto onesti, però, essa è l’alfabeto di una nostra traduzione del libro della natura.

-Si nasce già dotati di una certa personalità: alcuni bambini sono più tranquilli, altri più aggressivi, alcuni più intelligenti, altri più socievoli, etc. La personalità è, anche nei bambini, una costruzione culturale; il fatto che diversi figli nati dai medesimi genitori sviluppino personalità differenti è una conseguenza del fatto che i genitori stessi (e gli altri agenti educativi) crescono ciascun bambino in modo diverso.

-Le società aperte sono quelle che eliminano i propri confini. Una comunità priva di confini spaziali e/o temporali non è una comunità. È l’interpretazione che si dà dei propri confini che rende le società aperte o chiuse, non l’esistenza dei confini stessi.

-I maschi hanno oppresso le femmine per secoli, anzi per millenni. Una credenza come questa, dalla portata intellettuale immensa, richiede una risposta un poco più accurata delle precedenti.

La divisione dei ruoli tra maschi e femmine è diventata un problema grave nella società occidentale odierna, la quale, essendo fondata – tra le altre cose – sul lavoro tecnico, svolgibile indifferentemente da donne e da uomini, nonché sul culto dell’indipendenza economica individuale, rende impraticabile quella rigida separazione dei ruoli economici che era assolutamente tipica delle società di caccia e raccolta e che sopravviveva, pur indebolita, anche nelle successive società agricole e commerciali (essendo meno marcata in campagna, più marcata nelle città, dove il lavoro commerciale era svolto principalmente, anche se non esclusivamente, da uomini); con l’avvento dell’industrializzazione, essa aveva trovato nuova linfa – gli operai di fabbrica essendo inizialmente prevalentemente uomini, tranne che nel settore tessile; ma le due guerre mondiali avendo portato gli uomini in massa alla morte e le donne in massa in fabbrica, la separazione economica era nuovamente arretrata, fino a quasi dissolversi nelle nostre società tecniche. L’odierno mito dell’indipendenza economica individuale, un’indipendenza che è dalla famiglia e (al di là della dimensione economica) dalla cultura tradizionale, non certo dal datore di lavoro e dall’ideologia dominante, fa sì che il lavoro non retribuito svolto provvedendo – in casa e fuori – all’economia domestica sia considerato degradante sia dagli uomini che dalle donne o, se non proprio degradante, comunque dotato di dignità non pari a quella posseduta dal lavoro retribuito. L’istituzione del lavoro a tempo parziale per tutti rappresenterebbe una soluzione anch’essa parziale del problema, ossia: sarebbe sì un cambiamento fondamentale, ma non sufficiente, in quanto – come abbiamo appena visto – una parte del problema è di natura pratica, ma un’altra parte è di natura culturale.

-Chi lavora duramente tutto il giorno deve esserne orgoglioso e può dormire il sonno dei giusti. Chi lavora duro tutto il giorno non è altro che un servo: se si ribella, solo facendo ciò già aiuta l’umanità a liberarsi; se non si ribella, contribuisce di fatto all’asservimento di altri esseri umani.

-Tutte le società umane hanno e hanno avuto una religione. Questa idea è quasi sempre – anche se non sempre, quindi è sbagliata – vera se riteniamo essere “società” solo le comunità territoriali nella loro interezza e generalità, senza considerare le spesso rigide – e quindi molto significative – divisioni tra i diversi raggruppamenti sociali presenti al loro interno. Molti di questi raggruppamenti sono oggi, come sono stati in passato, in grado di prescindere da qualsiasi forma di religione.

-Le specie vegetali e animali sono come sono oggi grazie alla selezione naturale operata dall’ambiente; le specie vegetali e animali sono come sono oggi grazie alla creazione divina. Non si possono contestare queste due contrapposte teorie in poche parole: rimando dunque al Piccolo percorso etico di filosofia politica per una confutazione sistematica.

-Gli Occidentali hanno aggredito e oppresso i Musulmani per secoli. Una consultazione rapida di un libro di Storia medievale e moderna è sufficiente per smontare questa bislacca teoria.

-Prima di legarsi a qualcuno per la vita, bisogna imparare a stare da soli e a essere indipendenti. Come già detto, quello dell’indipendenza è un ideale oggi frainteso e sopravvalutato. L’indipendenza, proprio come la libertà, è un mezzo assolutamente fondamentale, per i popoli così come per gli individui. Non credo sia possibile, come mezzo, sopravvalutarla; ma non è un fine. Chi ne fa un fine, non semplicemente la sopravvaluta, ma la transvaluta, fuorviandone del tutto il significato. Tornando dunque alla summenzionata credenza: se l’indipendenza aiuta l’amore e l’amicizia, tanto meglio; ma il fine è l’amore, o l’amicizia, non l’indipendenza o la libertà.

-Le persone sono omosessuali, eterosessuali, bisessuali. Quest’affermazione è, tra quelle da me citate qui, la più difficile da smontare. Vi chiedo dunque di ricorrere a un poco di pazienza e a molta elasticità mentale durante la lettura della mia controargomentazione.

Prima di tutto, va detto che fondare la propria identità su un fatto personale, come certamente è la propria vita sessuale, non porta a un risultato solido: i gay pride, proprio come i family day (i quali tendono a costruire un’identità basata sull’eterosessualità) sono del resto momenti socialmente divisivi – e non divisivi in senso dialettico, bensì in senso irrimediabilmente conflittuale. L’identità è invece sempre sociale, politica, pubblica; ma le lotte sociali e politiche in difesa dei discriminati non hanno bisogno di creazione di identità, potendo essere combattute tanto dalle persone discriminate quanto dalle persone che le difendono.

Si potrebbe rispondere, allora, che le persone nascono eterosessuali, omosessuali (o bisessuali) e che è in questo senso che si afferma che lo sono. Questa maniera, operante sul piano intellettuale, di generare identità è molto più sottile ed efficace delle pubbliche rivendicazioni che ho appena menzionato; ciò nonostante, la conoscenza di un poco di storia delle diverse culture umane che si sono alternate nel corso del tempo dovrebbe aiutarci a comprendere come i casi di nascita sessualmente connotata siano pochissimi rispetto a quelli in cui un orientamento sessuale – eterosessualità inclusa – viene adottato per ragioni culturali.

L’adozione culturale dell’eterosessualità è molto frequente, riguardando ad esempio i diffusi fenomeni della virilità sbandierata e delle politiche “in difesa della famiglia”. Tale adozione si manifesta nella repulsione per ciò che è altro da sé (sebbene “etero-” significhi proprio “altro”, “diverso”), generata dall’eccessivo attaccamento – che non è amore, in quanto l’amore sta nell’unirsi, non nell’essere uniti – a sé stessi e a ciò che è simile a sé. A voler essere del tutto onesti intellettualmente e, quindi, anche onesti semanticamente, non nasciamo mai eterosessuali, nel senso che l’eterosessualità è una nozione culturale e non una condizione di natura. Mi spiego meglio: il fatto che gli uomini e le donne, in natura, desiderino unirsi sessualmente fra loro non rende tali donne e uomini “eterosessuali”, perché il maschio e la femmina, sessualmente parlando, non sono reciprocamente “etero”, ossia non sono affatto “altro” l’uno rispetto all’altro: sono anzi, come splendidamente racconta Platone nel Simposio a proposito di tutte le tipologie d’erotismo qui trattate, una sola cosa che finalmente si riunisce, una sola anima e un solo corpo, che si ritrovano dopo essere stati separati. Nasciamo dunque tutti “omosessuali”, nel senso che amiamo naturalmente ciò che è simile a noi, ossia ciò che è noi ma è da noi separato. Del resto, quest’ultima è una legge di natura che non riguarda solo l’erotismo biologico, applicandosi anzi – certo in forma molto diversa – anche alla fisica dei corpi. L’eterosessuale identitario non desidera né riunirsi al proprio sé smarrito – perché a sé stesso è attaccato – né perdere sé stesso nell’altro da sé.

L’adozione culturale dell’omosessualità – intesa qui nuovamente nella sua accezione comune, semanticamente meno onesta – è meno frequente di quella dell’eterosessualità, ma molto più frequente dell’omosessualità per nascita e si manifesta nel desiderio irrealizzabile di unirsi a ciò che è altro da sé (all’altro nello stesso sesso, invece che al nel sesso opposto), un’attrazione che non è amore, perché l’amore è tra simili che si ritrovano. Si tratta di un’attrazione per l’altro da sé che è legata al troppo debole attaccamento a sé stessi e che viene, appunto, sviluppata o acquisita culturalmente, non essendo perciò per nulla definitiva (mentre, l’abbiamo già detto, l’adozione culturale dell’eterosessualità – anch’essa niente affatto irreversibile – è legata, all’inverso, all’eccessivo attaccamento a sé stessi e alla repulsione per l’altro da sé). Sull’amore omosessuale, dunque, Platone – che considerava gli uomini enormemente superiori alle donne e che assegnava perciò all’amore platonico tra due uomini uno status privilegiato, all’amore tra uomo e donna e a quello fra donna e donna lasciando di fatto solo sprezzanti briciole – si sbagliava; e non solo su quello. Infatti, gli uomini non sono affatto superiori alle donne, né le donne lo sono rispetto agli uomini.

 

-Le persone sono di sinistra, di destra, di centro. Ecco un’altra credenza degna di una risposta più articolata. Mentre ogni identità fondata su orientamenti per propria natura personali è, come detto, intrinsecamente debole, il contrario si deve dire di quelle identità consistenti in orientamenti politici, pubblici, comunitari. La questione fondamentale, dunque, è se la “sinistra” e la “destra” siano due orientamenti pubblici o personali. La risposta è: dipende. “Ma come, anche tu con questa solfa del todo depende”? Ma no; niente solfa: la risposta è chiaramente sì, oppure chiaramente no, semplicemente a seconda dall’accezione in cui impieghiamo le parole “destra” e “sinistra”. Se la sinistra e la destra sono orientamenti ideologici e di partito, allora sono di parte e, dunque, pur rappresentando indirettamente degli orientamenti politici, non sono propriamente pubbliche, né certamente – in quanto irriducibilmente conflittuali e non condivisive – sono degli orientamenti comunitari; per non dire della natura invariabilmente “atomizzante” delle ideologie, le quali non prevedono condivisione né tradizione, come invece fanno le culture; vengono inculcate in ogni mente individuale, singolarmente, ragion per cui le ideologie tendono a creare atomi sociali ideologizzati in luogo di comunità coltivate.

Se, invece, destra e sinistra sono sia due culture d’orientamento, cioè due punti fermi, capaci di generare semplificazione e orientamento in un contesto segnato da una pluralità di culture politiche e non di ideologie, che due schieramenti parlamentari, quindi istituzionali nel senso più nobile del termine e allo stesso tempo pragmatici, concreti, allora esse sono pienamente politiche, sono perfettamente pubbliche e sono profondamente comunitarie: dunque, possono generare identità e in questo senso si può essere di destra o di sinistra.

C’è da chiedersi, però, se la distinzione tra “parlamentare” e “partitico” e, parallelamente, quella tra “culturale” e “ideologico” abbiano, nella realtà concreta del sistema politico e culturale occidentale odierno, un valore significativo. Anche qui, risposta chiara e semplice: oggi, proprio no. La dialettica tra destra e sinistra interna al parlamento, infatti, coincide esattamente, nella nostra epoca, con l’analoga dialettica tra i partiti – e c’è di peggio: il cuore del teatro politico odierno sta nei partiti politici, non nelle istituzioni repubblicane. Inoltre, la cultura politica ha lasciato il posto all’ideologia politica e a un altro tipo di cultura, buona per gli iniziati, non certo per le masse: la cultura economica.

In questo contesto, dominato dall’ideologia e dalla partitocrazia, l’essere di sinistra e l’essere di destra non rappresentano due prese di posizione pubbliche, bensì due prese di posizione personali, di fatto private, perché inerenti alle questioni di a quale gruppo appartenere (e non importa poi tanto se quel gruppo “fa politica”, perché la fa in maniera divisiva ed egoistica) e di quale ideologia lasciarsi inculcare, invece che a quella di quale comunità costruire; in quanto orientamenti privati, esse sono intrinsecamente incapaci di generare identità forti. Perciò, se vogliamo poter tornare a dire che le persone sono di destra, di sinistra, di centro, conservatrici, radicali, etc. dobbiamo ricostruirci una cultura politica e rivoluzionare un sistema politico esclusivamente incentrato sui partiti (attivi sulla scena del teatro) e sulle élite (operanti dietro le quinte) e, dunque, profondamente privatizzato e personalizzato. Una proposta per una “repubblica partecipativa” è delineata nel mio Piccolo percorso pratico di filosofia politica.

-Il terrorismo islamista è la giusta, o comunque inevitabile, punizione per i peccati del colonialismo occidentalista. Non il terrorismo, ma un periodo (se sarà breve o lungo non lo si può oggi prevedere) di immigrazione di massa è l’inevitabile conseguenza del neocolonialismo occidentalista, quello imperante a cavallo tra il XIX e il XX secolo e oggi mutatosi in qualcosa di essenzialmente diverso, sia per la sua natura che per i suoi attori protagonisti, ossia nella globalizzazione, fenomeno all’interno del quale gioca un ruolo ogni giorno più importante anche una cultura non occidentale, quella cinese. L’immigrazione di massa è del passato neocolonialismo occidentalista e della presente globalizzazione sino-statunitenese una conseguenza inevitabile ma non per questo giusta, nel senso che a beneficiare del neocolonialismo e della globalizzazione furono e sono prevalentemente i ricchi, mentre a pagare per l’immigrazione di massa sono prevalentemente i poveri, sia autoctoni che immigrati. Per quanto riguarda il terrorismo islamista, si tratta di una forma di violenza fisica e psicologica, per di più generalmente indirizzata a persone politicamente del tutto incolpevoli – non chiamo “terrorismo” la resistenza contro eserciti di occupazione, naturalmente – che va quindi combattuta senza “se” e senza “ma”, così come senza indugio vanno interrotte la produzione e il commercio di armi occidentali, vanno ritirate le basi militari statunitensi sparse nel mondo, va smantellato il sistema del capitalismo finanziario tecnocratico, sistema al cuore del versante occidentale della globalizzazione.

– La capacità di apprendere lingue straniere diminuisce costantemente con l’avanzare dell’età. Il funzionamento della nostra facoltà di apprendimento e, dunque, il nostro modo di apprendere si alterano costantemente nel lungo corso di una vita individuale. Chiediamoci, dunque: quale modo di apprendere è il più adatto all’acquisizione della capacità di utilizzare una lingua? Quello dei bambini, caratterizzato da un’estrema apertura all’esterno (l’interno essendo ancora troppo poco sviluppato), da un’estrema fiducia nei parlanti che li circondano e da un’estrema necessità di imparare? Quello degli adolescenti, costitutivamente chiusi in sé anche quando caratterialmente estroversi, dediti alla critica, alla sfiducia e, nell’apprendimento, a un rilassamento generale dopo i titanici sforzi dell’infanzia? Oppure quello degli adulti, dediti più all’applicazione concreta (in un mondo al quale si sono dovuti, volenti e nolenti, riaprire rispetto al tempo dell’adolescenza) di quanto imparato da giovani che all’apprendimento di cose nuove? O, infine, quello dei vecchi, tornati ad abbandonarsi con fiducia (le frequenti patine di cinismo e rassegnazione non ingannino) al flusso della realtà, padroni del proprio tempo, dotati di senso critico ma non appassionati del suo uso, coscienti dell’importanza di continuare a imparare per non veder la propria mente pian piano e irreversibilmente degenerare, profondamente umili perché ogni giorno più consapevoli?

L’umiltà, l’apertura, la fiducia e la curiosità sono, insieme naturalmente alla necessità, le condizioni che più favoriscono l’apprendimento linguistico. Ne segue che, senza dubbio, i bambini (nei quali operano tutte e cinque le suddette condizioni) sono imbattibili, quando si tratta di imparare una lingua materna, o due prime lingue – una materna e una paterna, o tre prime lingue – materna, paterna, ambientale ma esterna al nucleo famigliare; quel che dobbiamo capire, per mettere in discussione la credenza sopra enunciata, è il fatto che, per un bambino, nessuna di queste lingue è una lingua straniera. Voler forzare, dunque, un bambino a imparare una lingua di fatto straniera (perché non parlata dalla madre, non parlata dal padre e neanche usata nell’ambiente extrafamigliare) è andare totalmente contro la natura del bambino stesso – e i risultati saranno sempre e comunque disastrosi. Successivamente, durante l’adolescenza, quelli che erano stati dei bambini ora si chiudono in sé: in questa fase, la capacità di apprendere una seconda lingua, adesso, sì, straniera è al suo minimo (anche se non è nulla come nei bambini). Finché gli adolescenti, crescendo, non si riapriranno al mondo, tale capacità resterà molto debole, non per ragioni legate alle funzioni mentali ma per motivi connessi all’attitudine psicologica (ed è in realtà molto difficile separare le due dimensioni, ossia l’efficienza mentale fisica e l’attitudine psicologica sociale). Neanche gli adolescenti che non si chiudono sono immuni da questa temporanea regressione delle potenzialità di apprendimento linguistico: anch’essi infatti, seppur comportandosi in modo estroverso, finiscono per concentrarsi principalmente su sé stessi. La concentrazione su sé è un fenomeno costitutivo dell’adolescenza, un suo tratto sostanziale del quale l’introversione e l’estroversione non sono che declinazioni personali. Fin quando non si sarà in grado di accogliere in sé mondi più ampi (un processo che inizia con l’età adulta ma che si compie pienamente solo nella vecchiaia) allo stesso tempo riuscendo a non invaderli con il proprio io, la capacità di imparare una lingua straniera – perché imparare una lingua straniera implica immergersi con umiltà e curiosità in una cultura diversa dalla propria – resterà comunque limitata, a prescindere dalla presenza o meno, nello specifico individuo, di presunte predisposizioni puramente, tecnicamente cognitive all’apprendimento linguistico.

– Il nazionalismo è di destra. La storia del pensiero politico, sia teorico che applicato (nel senso del suo impatto effettivo all’interno di movimenti politici reali), mostra il contrario: il nazionalismo, assieme al liberalismo, ha rappresentato un’ideologia di sinistra che ha combattuto e vinto, in Occidente, una battaglia storica contro l’ancien régime, ossia contro l’assolutismo.

(Alberto Cassone, gennaio 2020)

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