Leggendo “L’autobus di Stalin” di Antonio Pennacchi (https://www.limesonline.com/lautobus-di-stalin/67579) sono rimasto deluso dal comodo relativismo storicistico, mascherato da approccio razionale ai problemi etici, adottato dall’autore. L’etica non è, nel suo nucleo più autentico, razionale; essa non vive nelle elucubrazioni della trolleyology, ma nel coraggio di mettere in atto delle scelte difficili – non difficili razionalmente, ma difficili perché richiedono coraggio.

Non c’è dubbio che Stalin non possa essere paragonato a Hitler – quando sentite o leggete di questo confronto, sappiate che si tratta di mera propaganda. Ma questo non significa giustificarne i metodi: Stalin avrebbe potuto ottenere i risultati che ha ottenuto ricorrendo a metodi molto diversi. Il contesto storico lo costringeva a fare determinate cose? Avrebbe comunque potuto – per ragioni etiche e anche se non era certo facile, perché ci volevano coraggio e grande intelligenza – farle diversamente. Il contesto storico non determina l’etica: se sei costretto a fare una cosa, l’etica non ci entra; essa entra dove sei libero. Se pensi di non avere nessuna libertà, evidentemente non sei un bravo statista.

Il totalitarismo non è accettabile, mai – questo ideale etico non dipende affatto dal contesto storico.

Il costante confronto che fa Pennacchi – e non certo solo lui – tra fascismo italiano e comunismo sovietico (il nazionalsocialismo, per via della Shoah, essendo un’altra cosa, come non dobbiamo mai stancarci di ripetere con Primo Levi) rappresenta un approccio improprio perché, pur corretto nell’individuare delle analogie fra i due “sistemi” nel maltrattamento della popolazione e in particolare dei dissidenti (ma anche in questo le analogie sono tante quante le differenze), non coglie il punto essenziale, ossia la differente origine di tale maltrattamento.

Il fascismo essendo stato imposto agli Italiani dall’esterno, la questione veramente critica (anche se al tempo questo non si poteva sapere; ma adesso sì) era quella della sua legittimità costituzionale, essendovi in atto una gravissima interferenza straniera nella libertà di un popolo. Mussolini disprezzava gli Italiani e, a parte questo (non insignificante) dettaglio, il fascismo fu patriottico sempre a parole, mai nei fatti. Il suo maltrattamento della popolazione nasceva da tutti questi presupposti. Il comunismo sovietico, al contrario, fu opera di cittadini russi e la sua criticità, sul territorio russo, stava anche in questo caso nell’origine del trattamento – come detto, di stampo totalitario – dei cittadini da parte del governo: l’illegittimità del governo stesso non era affatto di natura costituzionale, investendo invece la questione del consenso, sia nel senso della sua creazione che in quello della sua verifica.

Al comunismo sovietico difettavano molte cose, ma non il patriottismo. Entrambi i “sistemi” erano fondati sull’identificazione tra Stato e Partito; ma in Italia vigeva ancora una monarchia, per nulla semplicemente “rappresentativa”. L’elenco delle differenze potrebbe allungarsi ancora, di molto – ma è sufficiente riflettere su quanto radicalmente le fondamenta ideologiche dell’U.R.S.S. differissero da quelle del fascismo italiano; il costante confronto tra i due fenomeni storici è dunque, come detto, improprio.

Per concludere, torniamo all’etica razionale, lasciando da parte Pennacchi e il passato e venendo al presente (scrivo nel maggio del 2020): la scelta “razionale” su chi curare prima, ossia su chi lasciar morire e chi salvare (salvate prima i giovani!), è una delle tante manifestazioni dell’arroganza della ragione umana, un’arroganza materialistica e suicida. Pensare che la lunga vita materiale che ancora attende i giovani sia più importante della lunga vita mentale dagli anziani già vissuta, ossia di tutto il patrimonio di conoscenze e saggezza che solo dagli anziani stessi i giovani possono apprendere, pensare ciò – e metterlo in pratica – può solo arrecarci un danno irreparabile.

Alberto Cassone