L’unica fonte legittima di diritto è la sovranità repubblicana: nessun individuo o gruppo privato può sostituire quest’ultima in tale funzione.

[…] l’unica costituzione che deriva dall’idea del contratto originario, su cui deve fondarsi ogni legislazione giuridica di popolo – è quella repubblicana. (Kant, Per la pace perpetua, cit.)

Per questo motivo, l’Unione europea di oggi non è fonte legittima di diritto: essa, infatti, non ha una forma repubblicana, perché è uno Stato di Stati e dunque si fonda su una contraddizione (lo Stato potendo rappresentare solo i cittadini e non altri Stati) e su una concezione totalmente inedita del rapporto tra Stati diversi.

Questo costituirebbe una federazione di popoli, che tuttavia non dovrebbe essere uno Stato di popoli. Questa sarebbe una contraddizione perché […] molti popoli però in uno Stato farebbero solamente un popolo […]. (Kant, Per la pace perpetua, cit.)

Se l’Ue fosse una federazione di Stati (com’erano gli Stati Uniti prima della guerra civile, la quale sancì di fatto – assieme a un importante passo in avanti sul piano etico in merito alla schiavitù – la nascita dello Stato nazionale statunitense), ossia un gruppo di Stati politicamente fra loro legati ma non vincolati, il peso e la solidità politica riposando nel singolo Stato più che nella federazione; oppure, se essa fosse uno Stato di popoli (com’era l’impero asburgico, gravemente oppressivo ma, perlomeno, generatore nelle sue splendide città alto-borghesi di fertile incontro tra culture) o, ancora, un libero vicinato tra Stati (com’era l’Italia del Rinascimento, con le sue meraviglie artistiche e culturali e i suoi orrori politici e diplomatici), almeno potremmo riconoscervi qualcosa di familiare, che ci aiuti a rapportarci con essa in modo positivo, o negativo, a seconda del caso (non vorremmo essere positivi con una riedizione dell’impero asburgico, naturalmente).

Intendiamoci bene, però: non è la novità, in sé, a negare a questa Unione europea la possibilità di essere una fonte legittima di diritto; la questione sta nel suo avere – inevitabilmente, date le premesse – creato una classe politica impotente, ossia priva di un autentico potere sovrano e dunque obbligata, per perpetuare il proprio ruolo, a farsi intermediaria tra gli Stati nazionali e le istanze extrapolitiche del mondo economico e finanziario, consentendo di fatto a individui e gruppi privati di diventare fonte di diritto.

L’impotenza dell’Ue ha origine nel suo essere uno Stato di Stati, una condizione che si rivela irrimediabilmente contraddittoria non appena ci fermiamo a riflettere sul significato, ridotto all’essenziale, del termine “Stato”:

una comunità politica di persone.

Quando sono gli Stati – e non le persone – a fare comunità, essi non possono formare uno Stato (a meno di sciogliersi in quanto singoli Stati, con il consenso dei cittadini) ma solo una federazione.

In queste gravissime criticità costitutive, ossia presenti fin dalla sua origine – vale a dire, fin dalla sua reale creazione, a prescindere dai vari progetti d’ispirazione federalistica o unionistica che oggi vengono orgogliosamente e ipocritamente rivendicati ma che per ragioni di realpolitik da Guerra fredda vennero, nel momento decisivo, ignorati a beneficio di un approccio gradualistico che venne chiamato “funzionalismo” – in queste criticità, dicevo, sta la ragione per cui l’Unione europea ha proceduto a formarsi con una lentezza esasperante, quando si pensa ai tempi normalmente necessari per la costituzione pacifica di nuove comunità politiche; ma, appunto, essa non è mai stata un’autentica comunità politica; la scelta del funzionalismo, ossia del gradualismo economicistico, ha fatto sì che essa erigesse a suoi (spesso inevitabilmente traballanti) muri portanti fattori squisitamente economici quali il mercato e la moneta.

Di fronte a un ministro degli esteri francese, Aristide Briand, vincitore del premio Nobel per la pace, che nel 1929 aveva proposto alla tribuna della Società delle Nazioni

una “federazione europea” fondata “sul principio dell’unione e non dell’unità”, destinata a creare duraturi legami economici e politici tra le nazioni “senza tuttavia lederne in alcun modo la sovranità”

la soluzione funzionalista, vincente nei primi anni del secondo dopoguerra

prevedeva un’integrazione graduale per settori e per funzioni specie di natura economica e commerciale nella convinzione che, a un certo punto del processo integrativo, si sarebbero create le condizioni per quel trasferimento dei poteri politici a un’autorità sovranazionale […]. “L’Europa non verrà creata tutta in una sola volta e secondo un unico progetto generale, ma verrà costruita attraverso realizzazioni concrete dirette a creare solidarietà reali”. Così parlava Robert Schuman al momento della presentazione del suo piano per la Comunità del carbone e dell’acciaio, la prima e la più significativa realizzazione del modello funzionalista. Sembrava una differenza di metodo, quella tra funzionalisti e federalisti, ma era destinata a diventare una differenza di sostanza. Il maggiore inconveniente dell’approccio funzionalistico era che esso si svolgeva a livello di vertice, coinvolgeva i governi e le loro burocrazie, ma non i popoli. Trasferiva a livello sovranazionale decisioni importanti senza trasferire simultaneamente, allo stesso livello, le procedure e gli istituti di controllo democratico. Il metodo funzionalista […] non riuscirà, per la sua stessa natura e i suoi meccanismi, a creare quella coscienza europea che solo l’identificazione dei cittadini con le nuove istituzioni comunitarie avrebbe potuto realizzare. (Giuseppe Mammarella, Paolo Cacace, Storia e politica dell’Unione europea, 1926-2003, 2003)

Non si può fondare una comunità in tempi così lunghi e su basi così deboli: per quanto l’economicismo sia oggi potente nella nostra cultura, nessuno – spero – si spingerebbe ad affermare che una comunità politica possa essere costruita sul mercato e sulla moneta; ed ecco spiegate – assieme all’adozione europea del sistema partitocratico vigente negli Stati nazionali – le motivazioni di una crisi che ha conosciuto, negli ultimi anni, solo brevi attimi di tregua (generalmente coincidenti con i sempre più rari periodi di “crescita” e di “benessere diffuso”) di fronte a lunghi periodi di aggravamento, l’ultimo dei quali, iniziato con il fallimento del progetto costituzionale – fallimento per il quale dobbiamo ringraziare, non ironicamente, il popolo francese e quello olandese – ha trovato forse il suo picco (ma forse no) con la clamorosa “brexit”, per la quale dobbiamo ringraziare – ancora non ironicamente – il popolo britannico.

Grazie a tre referendum, tre popoli dotati di una storia (non sempre edificante, tutt’altro), di un’identità (anche se nazionale, quindi critica) e di un effettivo potere sovrano ci hanno salvato, i primi due dall’esistenza di una costituzione europea, esistenza che sul piano simbolico[1] avrebbe sancito l’insancibile, ossia avrebbe decretato ufficialmente la nascita di uno Stato di Stati, il terzo dalla crescente arroganza di coloro che si stavano abituando a usare l’Ue come mezzo per i loro fini e interessi. Non è probabilmente un caso che proprio in due di essi, la Francia e il Regno Unito, abbia avuto origine il pensiero liberale classico.

Ne consegue che dobbiamo oggi procedere, con urgenza, a una ricostruzione dell’Unione europea – senza escludere a priori di poterci spingere anche oltre i confini continentali – secondo il principio del superstato come rete leggera e organica. Difficile immaginare che ciò possa essere fatto semplicemente riunendo i principali politici europei di oggi e incaricandoli di scrivere una costituzione autenticamente federale: la classe politica europea ha bisogno di essere rinnovata, non solo nelle persone ma anche nella provenienza politica delle persone stesse; ci si deve infatti battere per l’eliminazione dei partiti, un’eliminazione (o radicale ridimensionamento funzionale) alla quale vanno naturalmente aggiunti ulteriori cambiamenti altrettanto radicali e con essa coerenti, per evitare che si generi un pericolosissimo vuoto. Combattere il sistema partitocratico si può, ma solo presentando delle proposte forti che mirino a garantire il primato del politico sull’economico-finanziario.

[1] Nella sostanza, il successivo Trattato di Lisbona avrebbe recepito quasi tutte le istanze presentate nel progetto costituzionale.

 

(Alberto Cassone, maggio 2020)

Kant