Perché mai, proprio adesso, questa immagine dei free hugs? Niente a che vedere con l’emergenza sanitaria e il “distanziamento sociale”, tranquilli: la ragione della sua presenza è un’altra; la capiremo verso la fine di questo articolo, con il quale mi ripropongo di spiegare cosa rende incostituzionali quelle specifiche restrizioni, messe in atto in Italia durante il cosiddetto “lockdown”, che riguardano le libertà private (i diritti privati).

Bando, immediatamente, agli equivoci: le libertà private non includono la libertà di iniziativa economica, la quale è di natura pubblica anche quando è praticata da aziende private; né esse includono il diritto alla frequenza della scuola statale, appunto in quanto anch’essa è pubblica. Ne segue che chiudere scuole statali e negozi privati non è in alcun modo illegittimo; anzi, come vedremo più avanti, il “lockdown” italiano avrebbe dovuto essere – nel rispetto assoluto di quei diritti inalienabili che sono stati invece alienati e ai quali questo articolo è principalmente dedicato – molto più duro e molto più breve.

I diritti privati che sono stati ingiustamente negati – ricorrendo alla coercizione dei cittadini invece che alla richiesta di assunzione di responsabilità da parte degli stessi – durante la fase di emergenza sanitaria rientrano invece all’interno di quella sfera della vita personale che la sovranità pubblica, ossia repubblicana, non ha possibilità – in quanto non ha diritto di farsi totalitaria – di normare.

Per comprendere in cosa consista questa sfera, ricorrerò a un esempio estremo ma, spero, significativo: la sfera sessuale (inestricabilmente legata a, anche se non coincidente con, quella della procreazione). La questione della “vita sessuale dei cittadini” è la cartina di tornasole delle sovranità totalitarie: qualsiasi potere sovrano tenti di normare tale sfera è un potere che aspira a essere, o che già è, totalitario, sia che si tratti di incentivare le nascite (aiutando economicamente le coppie con molti figli, oppure tassando i celibi come ai tempi del Fascismo), sia che si voglia limitarle (adottando sanzioni penali contro le coppie che fanno più di un figlio, come accaduto dopo Mao Tse-Tung in Cina), sia che si programmi di gestire a livello statale le “banche del seme”, in nome del “diritto alla genitorialità”.

Nessuno di noi, quando fa sesso, lo fa in quanto “cittadino”. Il rapporto sessuale, proibito dal Big Brother ma consumato, tra i due ribelli in 1984 è nel romanzo stesso considerato un atto politico, tanto affettivamente arido e alienante quanto politicamente potente e rivendicativo. Quell’immagine impiegata da George Orwell, insieme a molti altri elementi del romanzo, resiste ancora nel nostro immaginario nonostante il fatto che le condizioni da egli immaginate per i sudditi del Big Brother siano per molti versi differenti da quelle in cui ci troviamo noi oggi; questo accade perché l’idea che la comunità, ossia la dimensione pubblica della nostra esistenza, possa avere qualcosa a che fare, in “positivo” o in “negativo” che sia, con i nostri atti d’amore e d’amicizia ripugna – giustamente – alla nostra coscienza: per questa ragione, possiamo andare orgogliosi delle nostre costituzioni liberali; non perché il liberalismo non abbia infiniti difetti e non abbia creato – in particolar modo nella sua versione rinnovata, “neoliberale” – un modello di comunità ormai quasi del tutto insostenibile, ma perché da questo punto di vista esso ha lasciato un’eredità, in termini di civiltà, da conservare a ogni costo.

Il riferimento agli atti d’amore e d’amicizia ci aiuta a passare dalla teoria alla pratica, ossia a spostarci dal piano della definizione della natura dei diritti privati a quello dell’individuazione di quali restrizioni governative debbano essere, se coercitive e non semplicemente raccomandate, da noi sempre rifiutate con forza. Non spettando alla comunità né valorizzare, né in alcun modo indirizzare il nostro mondo affettivo – che sia interiore o, appunto, relazionale – non è possibile accettare che essa tenti di arrogarsi tale diritto. Né ha senso fare appello alle circostanze eccezionali, poiché – come ben sa chi ha anche rapidamente studiato la lunga storia dell’affermazione dei diritti nelle nostre costituzioni – le libertà di questo tipo sono state enunciate e rivendicate con forza esattamente nella previsione della loro ingiusta soppressione in casi eccezionali.

Per passare adesso alla nostra costituzione: dobbiamo riflettere sul significato del termine “costituzione”, da una parte per come viene generalmente compreso, dall’altra per quello che esso effettivamente è; a tal fine, sarà utile ricorrere agli esempi del matrimonio e della scuola.

Un matrimonio è nella sostanza, da sempre, una scelta di condivisione dell’esistenza (spirituale e materiale) compiuta da una coppia. La forma, ossia la modalità di celebrazione-ufficializzazione del matrimonio, può cambiare: rituali tribali, matrimoni in municipio, matrimoni in chiesa, etc.; quello che non cambia è la sua sostanza. Ciò nonostante, molti confondono la forma con la sostanza, credendo per esempio che una nuova coppia statunitense in carriera che ricorre (va da sé…) al regime di separazione dei beni e che prevede di dormire separatamente e in città diverse per la maggior parte delle notti dell’anno (motivi di lavoro), celebrando il rito sia più sposata di una coppia di “semplici” conviventi che condivide la quotidianità, i dolori e le gioie e, naturalmente, l’economia domestica – mentre è vero esattamente il contrario.

Lo stesso equivoco ha luogo quando di parla di “scuola”, la quale non è altro che un regolare incontrarsi di maestri e allievi, di insegnanti e studenti, finalizzato alla tradizione di conoscenze e valori tra persone, spesso da una generazione all’altra, ma anche all’interno della stessa generazione. Il riconoscimento di una specifica scuola può essere di tipo privatistico, oppure statale (nel caso delle scuole che rispondono ai governi, ossia alla sovranità pubblica); ma il suo essere o meno riconosciuta, così come la forma del suo riconoscimento, non ha assolutamente nulla a che fare con l’identità del fenomeno: o è una scuola, o non lo è. Possono essere riconosciute delle scuole che non sono tali (basti pensare a quelle denunciate, in alcuni suoi romanzi, da Charles Dickens), non riconosciute scuole che sono tali.

Gli esempi della scuola e del matrimonio aiutano a comprendere la differenza tra la costituzione effettiva (la forma effettiva presa da una specifica comunità) e la costituzione scritta, la quale altro non è che un’approssimazione e un'”ufficializzazione” della prima. La confusione, in questo caso, deriva dall’ignoranza della differenza tra diritto positivo e diritto naturale: per il primo, giusto è ciò che stabilisce la legge; per il secondo, legale è ciò che è giusto. Nel primo, il potere legislativo sovrano definisce in autonomia le norme alle quali bisogna attenersi; nel secondo, il potere legislativo sovrano interroga e interpreta, nel creare le norme, un diritto – ossia una giustizia – preesistente alle norme stesse, dunque in questo senso “naturale” (anche se si tratta, ovviamente, di un fenomeno pienamente culturale – e del resto la cultura appartiene alla natura, non solo a quella degli esseri umani).

La debolezza del diritto positivo e la forza del diritto naturale sono emerse limpidamente (ma è solo un esempio tra tanti) nei processi ai criminali nazisti, criminali i quali sistematicamente – per difendersi – si sono rifatti al primo, ossia alle leggi in vigore nel loro Paese al momento del compimento degli atti incriminati – leggi che a loro parere legittimavano gli atti stessi; altrettanto sistematicamente, essi sono stati condannati, grazie alla civiltà contenuta nel secondo.

Essendo la nostra, come tutte le costituzioni liberaldemocratiche occidentali, una costituzione di diritto naturale, i diritti privati in essa presenti non sono istituiti dai codici, come avviene nel diritto positivo, bensì sono individuati (man mano e sempre imperfettamente) tra i diritti naturali, preesistenti al diritto istituzionale, da codici che vengono continuamente riformati.

In altre parole, i diritti naturali individuali non vengono concessi, bensì vengono scoperti, in un processo virtuoso di ritirata della comunità (la quale, così ritirandosi, si rafforza, acquisendo sempre maggiore consapevolezza di cosa essa è e di cosa essa non è) e di affermazione del valore della persona non in contrasto con la comunità stessa.

Pochi decenni fa, in Italia, sia la legge che il senso comune rifiutavano l’obiezione di coscienza al servizio militare e alla guerra; oggi – pur essendo noi caduti nell’estremo opposto, per cui neanche il servizio civile, malauguratamente, è più obbligatorio – nessuno può ragionevolmente negare l’importanza del riconoscimento dell’obiezione di coscienza, ossia di una risposta alternativa al dilemma interiore tra il dovere di solidarietà comunitaria e il dovere di non uccidere, risposta alternativa rispetto a quella – un tempo dominante – che vede prevalere il primo dei due doveri.

Il rapporto tra solidarietà comunitaria e coscienza individuale ci riporta diritti al “lockdown”, ma a parti invertite: nel caso della paura dei contagi, i comportamenti segnati dal panico (le mascherine indossate in quei casi in cui, chiaramente, non sono utili; il distanziamento sociale ossessivo; l’autoreclusione domestica compulsiva) segnano un prevalere, insano, della coscienza di sé, ossia dei rischi individuali che si corrono, a discapito della coscienza comunitaria, la quale richiede, senza eccezioni – e, anzi, a maggior ragione quando la comunità stessa fronteggia un pericolo di natura collettiva – che i contatti tra esseri umani e concittadini si svolgano all’insegna della reciproca fiducia e trasparenza. Perdere il senso dell’equilibrio tra le due istanze, quella individuale e quella comunitaria, arreca una doppia minaccia alla comunità stessa, da due versanti opposti: quello dell’egoismo di chi ha troppa paura e quello dell’egoismo di chi se ne frega.

Nel definire di volta in volta cos’è e cosa non è costituzionale, dobbiamo dunque fare riferimento ultimo alla nostra costituzione effettiva, non limitandoci alla sua versione scritta – in particolar modo, evidentemente, nei casi di situazioni nuove e non esplicitamente normate (ciò che non è esplicito e che, per ciò stesso, rientra nella sfera interpretativa, tecnica, degli esperti, ossia dei giuristi, non potendo essere fonte, in una repubblica, di legittima sovranità, poiché in nessuna repubblica un tale potere può essere ai giuristi stessi assegnato); dobbiamo, in tutti questi casi, esplorare la nostra costituzione effettiva cercando di comprendere, anche attraverso conoscenze storiche e filosofiche – che non rientrino però tra i saperi specialistici, potendo al contrario formare materia di dibattito pubblico – il suo logos, la sua logica interna. Così facendo (e così abbiamo, brevemente, fatto), ci accorgeremo che raccomandare di stare in casa – ossia, di rinunciare per un breve periodo e per ragioni eccezionali agli affetti relazionali e agli spazi di movimento, di discorso e di azione personale – si può e si deve, ma costringere a stare in casa per legge non si può e non si deve.

Naturalmente, poiché la forma non è concepibile, come detto, senza la sostanza – ma anche viceversa -, va chiarito un punto fondamentale: se da una parte, come abbiamo mostrato, non ha senso fare del testo costituzionale scritto un feticcio astorico, esente da un legame vivo e dinamico con il tempo, con i valori e con le idee, non si può, d’altra parte, concepire un’autenticamente operante costituzione “effettiva” prescindendo dal fondamentale appoggio, simbolico e pratico, fornitale dalla sua “versione” scritta.

Tale appoggio, fornito dalla scrittura, crolla però non appena perdiamo la capacità di lettura. Il riferimento all’articolo 32 della nostra costituzione,

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non perdisposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

utilizzato per legittimare la sospensione delle libertà personali, funziona solo all’interno di una cornice interpretativa estremamente individualistica, ossia: ha senso solo se si concepisce la comunità come una somma o insieme di individui. Tale concezione, però, non regge: la visione della comunità stessa come organismo è infinitamente più veritiera e fertile (ho trattato questo tema nel saggio inedito Economia, identità e repubblica). Per questa ragione, non si può estendere il dettato dell’articolo 32, chiaramente riferito a trattamenti sanitari individuali, al “lockdown”, che è invece indirizzato alla comunità.

Altra cosa, naturalmente, è la dimensione economica (nel senso riduttivo, ossia quantitativo e materialistico, del termine) della comunità stessa. Il disprezzo verso il volere “fare andare avanti l’economia” a ogni costo è legittimo, nonché pienamente condivisibile: dell’odierno fanatismo economicistico ho scritto diffusamente sia nel saggio appena menzionato che in un altro, anch’esso inedito, intitolato Alla ricerca della comunità solidale. Ma identificare, o comunque confondere, l’economia – la quale, anche quando privata, è sempre pubblica  – con la vita – la quale quando è privata non lo è perché vittima o colpevole di una privazione, ma perché è personale – è uno sciocco errore che non possiamo più assolutamente permetterci di commettere.

Considerando dunque che una (temporanea) chiusura delle attività economiche non è affatto incostituzionale, la strategia da adottare, se situazioni del genere si dovessero ripetere, sarà quella di rispettare la costituzione, da una parte – nella sfera non di competenza statale – raccomandando dei comportamenti ma non costringendo le persone ad adottarli, dall’altra – nella sfera economica – agendo coercitivamente con forza molto maggiore e per un periodo molto più breve. Il governo dovrebbe cancellare, diciamo per circa un mese, tutti i pagamenti (stipendi, bollette, affitti, tutto, senza creazione di arretrati) e rendere completamente gratuito l’approvigionamento dei beni alimentari, la cui produzione non sarebbe necessaria – tra famiglie, negozi e industrie, vi sono scorte di cibo ampiamente sufficienti per un mese – in modo da poter fermare la catena produttiva. Quello delle scorte è, in ogni caso, il criterio (quantitativo) principe per stabilire la durata di qualsiasi “lockdown”: se ci sono scorte (di cibo e di medicine), orientativamente, per tre settimane, si fa per tre settimane; se ve ne sono per un mese e una settimana, si fa per un mese e una settimana; ma si deve trattare – e qui subentra il criterio qualitativo, in quanto entrano in gioco altri fattori, diversi da quelli alimentari e di questi niente affatto meno importanti – a tutti i costi di un periodo limitato. Proprio perché le scorte di cibo sono anche distribuite nelle famiglie, è intelligente (oltre che giusto in linea di principio, come abbiamo visto) lasciare la libertà ai singoli di visitare i propri cari e i propri amici e di scambiarsi beni e oggetti di necessità.

Rispetto alla creazione di questi angoscianti scenari di ripetizione dell’emergenza, resta assolutamente prioritaria, naturalmente, l’individuazione delle cause a monte di tali epidemie, cause che non possono essere in alcun modo identificate nei, o confuse con i, rapporti personali, ossia con le corrette o non corrette “distanze” tra singoli individui, trattandosi – se di distanze si vuole parlare – di una questione politica e non personale: vanno ripensate le comunità, non certo le relazioni, queste ultime avendo al contrario bisogno, nel nostro mondo atomizzato e competitivistico, di una spinta in direzione contraria a quella del distanziamento e della paura (ed ecco la ragione dell’immagine scelta per questo articolo); fondamentale è anche condurre, da subito, un’intensa attività culturale volta a liberare, per quanto possibile, il mondo occidentale dalla sua ossessione – strettamente legata al riduzionismo materialistico prevalente nella cultura scientifica – per la “salute” fisica, nonché a liberarci dall’eccessivo attaccamento alla “sicurezza” individuale, un attaccamento strettamente legato all’erosione della solidarietà comunitaria, compiuta in nome del darwinismo sociale.

 

(Alberto Cassone, 2020)

Free Hugs