Possiamo costruire muri tra noi e la ricerca della verità in vari modi: con il silenzio, classicamente – ma anche con il rumore, più modernamente.

Al termine della Seconda guerra mondiale, alcuni personaggi tedeschi palesemente corresponsabili nella tragedia criminale dell’Olocausto furono processati; dopo di che, fu eretto un muro di silenzio che crollò solo verso la metà degli anni Sessanta, quando iniziarono le indagini vere e proprie. Per alcuni anni tali indagini portarono a processi esemplari (dobbiamo ringraziare lo Stato di Israele per quello a Eichmann – e dobbiamo ringraziare una donna di tale Stato non particolarmente amica, Hannah Arendt, per averlo raccontato in un modo così rivelatore), dopo di che fu eretto un muro di rumore: centinaia di libri e film sono finora usciti sul tema della Shoah, pochi degni di essere letti o visti, la maggior parte dedicati ai criminali invece che alle vittime e, soprattutto, estremamente superficiali.

Sempre per restare sui crimini della Seconda guerra: un muro di silenzio è quello che ancora ci impedisce di venire a patti con il lancio delle due bombe atomiche sul Giappone. Ogni tanto qualche libro riesce a fare una breccia nel muro (segnalo l’ultimo, quello di Roberto Mercadini, uscito quest’anno – 2020 – e intitolato “Bomba atomica”); su questo tema, in ogni caso, nessun muro di rumore è ancora stato costruito.

Per venire finalmente all’oggi: tra noi e la verità sul virus il muro è stato da subito quello del rumore. Un rumore proveniente sia dagli “ufficialisti”, cittadini spaventati e succubi, che da coloro che cadono nella trappola intellettuale delle ipotesi fantapolitiche. Centinaia, migliaia, di articoli e di video, capaci di creare un rumore di fondo che non ci consente di distaccarci, di mettere in prospettiva, di ragionare serenamente e coraggiosamente per guardare infine in faccia la terribile realtà.