L’umiltà ci è necessaria per accettare ciò che non si può cambiare; il coraggio lo è per cambiare ciò che non si deve accettare; la saggezza è necessaria per riuscire a distinguere tra cosa si può e cosa non si può cambiare. Questa antica massima va oggi ben compresa, per il futuro – ma anche per il presente – dei nostri bambini.

I nostri bambini sono coloro a cui dobbiamo pensare oggi. La psiche dei bambini non è mai danneggiata dalla morte dei loro cari: essa li fa soffrire tremendamente, ma poi la superano pienamente. La loro psiche è invece danneggiata dal vivere in un clima di continua paura: i nostri bambini hanno paura, nel clima sociale da noi oggi creato, di perderci. Hanno paura che i loro genitori e nonni muoiano, e questa paura viene in loro rinfocolata giorno dopo giorno dal vederci girare a volto coperto e mantenere il “distanziamento sociale”. Il fatto che loro non esprimano a parole tale paura dovrebbe preoccuparci di più, non di meno.

Naturalmente, si potrebbe rispondere che non si può fare altrimenti e che lasciar morire le persone sarebbe peggio. Vediamo dunque se questo è vero.

La società umana, oggi mondiale, è un organismo collettivo; lo stesso va detto del virus. Le mascherine e il “distanziamento” sono invece, evidentemente, forme di protezione individuale: la mascherina si pone tra me e te (ad esempio, tra me portatore di una malattia individuale e te medico), non tra me e l’organismo sociale. Gli organismi collettivi interagiscono fra loro in modo molto differente dagli individui, anche se questa è una differenza che (inevitabilmente e comprensibilmente) sfugge a chi non ha già riflettuto su questi temi. Un organismo collettivo come il virus interagisce con l’umanità in un modo che è completamente indifferente all’uso delle mascherine e al ricorso al distanziamento sociale. Detto più concretamente: per ogni persona che salvi dal contagio, tra mascherine e distanziamento, nella tua cerchia o nella tua comunità più o meno ristretta, nazione inclusa, condanni al contagio un’altra persona fuori dalla tua cerchia, che si trovi in un’altra nazione o in qualsiasi altra aggregazione sociale.

Purtroppo “l’attesa del vaccino” è solo poco più realistica di quella messianica: le epidemie normalmente finiscono di per sé prima che un vaccino veramente efficace (perché di efficaci al 50 o al 70 per cento se ne potranno forse invece vedere prima della fine – ma sono quasi inutili, l’unica reale utilità potendo venire da un vaccino efficace – esprimendosi qui con un calcolo orientativo e generico – dal 90 per cento in su).

Uno Stato che, invece di impiegare tutte le sue energie per costruire decine di nuovi ospedali e per rendere gratuiti e facilmente accessibili i pochi beni fondamentali per l’esistenza (cibo, incontri e relazioni umane, salute) spreca la maggior parte delle sue energie nella legislazione, nella burocrazia e nella propaganda, ossia le spreca emanando bonus e obbligando/convincendo la gente comune ad adottare misure sì in parte utili per la propria popolazione, ma del tutto inutili per l’umanità nel suo complesso, è uno Stato miope e inaffidabile – e non parliamo affatto solo dell’Italia, naturalmente, anzi: altri Stati stanno facendo persino peggio di noi. Un altro compito più che urgente al quale tale Stato non assolve è quello di indagare  seriamente, rifuggendo dai due estremi oggi più diffusi, sulla verità, ossia quello di spiegare ai cittadini quali sono le vere cause della nascita del virus: nessuna origine naturale, nessun complotto di poteri occulti, semplicemente il cinismo e l’arroganza della scienza sperimentale odierna (in particolare della medicina sperimentale).

Naturalmente, questa reticenza a indagare si spiega con la paura di disordini sociali: ma è un grosso errore, anzi – se i partiti al governo cercassero e dicessero la verità (anche se forse sono in buona fede e semplicemente la ignorano) la gente sarebbe loro grata e non si ribellerebbe, cosa che invece si rischia che accada costringendo la gente stessa ad adottare comportamenti umani che, nel profondo, nessuno di noi condivide.

Intendiamoci: quella di salvare le persone della propria comunità, dando loro la priorità rispetto a chi ne sta fuori, è una debolezza umana comprensibile e va perdonata. Ciò che non può essere, invece, accettato né perdonato è l’arroganza e il moralismo di ergersi, mentre stai solo salvando la pellaccia tua e dei tuoi cari e al massimo dei tuoi concittadini, a persona responsabile bacchettando tutti gli altri e liquidandoli come “irresponsabili”.

Tra quelli che vengono bacchettati alcuni irresponsabili ci sono pure – nel senso che non tutti pervengono alla conclusione che le politiche oggi adottate sono sbagliate seguendo un ragionamento serio, bensì alcuni vi pervengono solo in base al loro menefreghismo – ma è evidente (almeno se si vuole avere un minimo di fiducia nell’umanità; in caso contrario, leggere questo mio testo vi sarà comunque del tutto inutile) che essi sono la stragrande minoranza e che, se confrontati ai moralisti, risultano essere in questo frangente storico persino degli esseri umani migliori di questi ultimi.

Cosa, dunque, dobbiamo avere l’umiltà di accettare? Che il virus uccide, ossia: dobbiamo accettare il fenomeno del contagio come inevitabile. Lo so, è dura: ma lo è soprattutto perché ci siamo abituati, da quasi un anno, a non accettarlo.

Cosa, dunque, dobbiamo avere il coraggio di combattere? La morte dei contagiati gravi (costruendo decine e decine di nuovi ospedali) e la spiegazione consolatoria dell’origine “naturale” di questo virus. Guardare in faccia alla realtà ci permetterà di ripensare da cima a fondo la relazione tra scienza sperimentale, politica ed etica (naturalmente, la scienza autentica, ossia l’amore per la conoscenza che include arte, letteratura, scienza pura, filosofia, storia, non entra qui in gioco: essa non va toccata in alcun modo).

Quale, dunque, la saggezza di cui abbiamo bisogno? La comprensione che le relazioni umane autentiche sono più importanti, anche se ciò può essere doloroso da accettare, della mera sopravvivenza fisica di individui isolati e terrorizzati, improvvisamente egoisti e moralisti.

Cosa, dunque, fare per la futura salute mentale dei nostri bambini? Creare per loro una comunità di relazioni senza paura.