La crescente conflittualità nelle relazioni umane, con le reciproche accuse di “negazionismo” (negazione dell’esistenza del virus, negazione dell’esistenza di un complotto, negazione dell’origine naturale, negazione dell’origine sperimentale del virus stesso, eccetera), di “incoscienza” e di comportamenti “irresponsabili” in questa crisi originata dalla pandemia rende urgente un chiarimento rispetto a quale siano le scale comuni di valori le quali, che ne siamo consapevoli o meno, contrassegnano di fatto la nostra convivenza e, quindi, la sfera politica della nostra esistenza; si tratta di due scale di valori, una culturale (adottata da chi sa ragionare sui valori) e una ideologica (subita da chi non riesce a ragionarci).

Su un piano culturale, la comune storia di lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia fa sì che oggi possiamo fare riferimento, quando il mare è in tempesta, a una solida scala di valori in quanto diritti, ossia a una scala che può essere espressa in termini di gerarchia di diritti rispetto al potere: i diritti umani, riconducibili alla libertà dal potere, vengono prima dei diritti politici, tutti riferibili alla libertà di partecipare al potere, i quali a loro volta vengono prima dei diritti sociali, ossia della libertà di usufruire del potere nelle sue varie manifestazioni. Si tratta di un “venir prima” sia cronologico – ossia, storico – che assiologico – ossia in termini, appunto, di valore.

Ne segue, concretamente, che il diritto alla salute – il quale è un diritto sociale, come quello all’istruzione, al sussidio di disoccupazione, eccetera – non può essere in alcun modo legittimamente anteposto, in politica, a qualsiasi diritto umano (quale ad esempio la libertà di uscire dalla propria casa e di incontrare i propri amici e cari – ciò non togliendo che la scelta personale di anteporre la salute all’amicizia deve essere anche possibile, perché lo Stato non ha il diritto di prendere questa decisione al posto dei cittadini, mentre di fatto la prende quando costringe i bar e i ristoranti a restare aperti per sopravvivere, anteponendo l’”amicizia” alla salute per ragioni economiche) né a qualsiasi altro diritto politico. Il tragico equivoco percettivo in cui siamo caduti nasce dal fatto che, essendo stati i diritti sociali gli ultimi, in ordine di tempo, a essere stati riconosciuti dallo Stato nazionale liberaldemocratico occidentale, essi vengono percepiti come i più fragili e quindi i più importanti da proteggere, mentre i diritti acquisiti meno recentemente vengono dati maggiormente per scontati.

L’amicizia e la partecipazione politica sono due diverse forme prese dalla relazionalità umana. Nella prospettiva del loro rapporto con il potere (fin qui inteso in quanto dominio, ossia in quanto monopolio dell’uso legittimo della violenza – ma esistono anche ben altri modi di intendere il potere, di cui non tratto qui perché purtroppo non rilevanti), ossia quando considerate in termini di diritti, l’amicizia rappresenta un diritto umano, la partecipazione naturalmente un diritto politico. Entrambe sono più fondamentali di qualsiasi diritto sociale e non possono dunque essere legittimamente sacrificate dai titolari del potere in nome di un diritto sociale, qualunque esso sia. Un esempio: il diritto alla genitorialità (nel senso del diritto all’assistenza medica per chi ha difficoltà a divenire genitore) è un diritto sociale; il diritto a instaurare una relazione umana con i propri figli è invece un diritto umano; ne segue che in nessun modo sono accettabili le odierne pratiche di generazione tecnica di figli quando privano i genitori naturali di un diritto umano, anteponendo a tale diritto quello, sociale, di ricevere aiuto da strutture statali o private per tentare di divenire genitori.

Un altro esempio può essere tratto non dalla nostra attualità, bensì da un celebre caso, già storico anche se abbastanza recente, ossia dal caso dei Little Rock Nine, i nove ragazzini afroamericani che il governo federale degli Stati Uniti mise sotto protezione dell’esercito – per forzare la loro integrazione in una scuola razzista dell’Arkansas, nel 1957 – esponendoli a un anno di vita scolastica segnata da continui e traumatici soprusi fisici e verbali da parte della società razzista all’interno e all’esterno della scuola stessa. In quel caso (l’unica voce, nel mondo della cultura, coraggiosamente contraria alla decisione del governo federale fu quella di Hannah Arendt con il suo articolo Reflections on Little Rock, uno scritto che le costò molto in termini di amicizie e di prestigio sociale) si trattò di un errore di lettura della scala dei valori politici comuni: il diritto all’istruzione fu anteposto ai diritti umani degli adolescenti. Naturalmente, il diritto all’istruzione avrebbe dovuto essere anche assolutamente garantito loro, ad esempio mediante la creazione di una nuova scuola, federale, in Arkansas, gratuita e con i migliori professori in circolazione in tutto il Paese, ben pagati dal governo per la causa dell’integrazione razziale. Ma la creazione di una simile scuola d’eccellenza sarebbe stata una battaglia che degli adulti avrebbero dovuto combattere – e invece, come Arendt fece lucidamente osservare, la guerra al razzismo si preferì farla combattere a nove ragazzini inermi.

Spostandoci ora dal piano culturale a quello ideologico: il predominio della dimensione della società rispetto alla sfera della politica e a quella dell’interiorità nella nostra epoca moderna è stato mostrato dalla stessa Hannah Arendt nel suo capolavoro del 1958, Vita activa. Oltre alle ragioni sopra esposte, è proprio tale predominio ideologico la ragione che meglio spiega perché oggi tendiamo generalmente a sacrificare la partecipazione politica e l’amicizia alla sicurezza e alla salute – come messo clamorosamente in evidenza, anche se accadeva più silenziosamente già in precedenza, dalla nostra reazione (sia in veste di governanti che in veste di governati) alla pandemia del coronavirus.

Naturalmente, il potere economico, il quale è oggi radicalmente antipolitico e antiumano (non solo per colpa sua, ma anche per colpa di come la politica e l’umanità stessa si relazionano nei suoi confronti) genera – nonostante esso sia nel nostro mondo occidentale sistemicamente alleato del potere sociale – l’atroce conflittualità che stiamo vivendo: da alleati a nemici, il potere economico e quello sociale si scontrano oggi frontalmente: è più importante continuare, mandare avanti l’economia, o salvare più vite? Il vero grande cambiamento in atto nel nostro mondo politico consiste dunque nella fine dell’alleanza ideologica fra questi due poteri. Naturalmente, come ogni conflitto ideologico, quello tra diritti economici e diritti sociali è un falso conflitto (sarebbe sufficiente concepire la nozione di economia in modo radicalmente differente e infine umano per salvaguardare entrambi i tipi di diritti), le cui conseguenze sulle nostre vite materiali – sia in termini di salute che in termini di beni, ma ancor più in termini di cultura e di comunità – sono però estremamente concrete, estremamente reali.

Al contrario, l’odierno conflitto tra il diritto all’istruzione e quello alla salute è autentico, ossia non è ideologico ma culturale. Si tratta infatti di due diritti sociali: nei termini della nostra scala di valori comunitaria, nessuno dei due può dirsi politicamente superiore rispetto all’altro. Non resterebbe qui, dunque, altro da fare che ricorrere alla propria coscienza – se non fosse che lo Stato burocratico di massa ci risparmia il problema, decidendo per noi, prima in un verso, poi nell’altro, lasciandoci poi litigare, scontrarci e rompere amicizie e rapporti nell’insana dinamica dei due fanatismi contrapposti.

(Alberto Cassone, 2020)