All in all it’s just a’ / ‘nother brick in the wall.

Proprio in un periodo in cui l’atto di abbracciarsi è diventato problematico e i tempi del movimento Free Hugs, consistente in gruppi organizzati di persone che giravano per le strade offrendo “liberi abbracci” a sconosciuti, sembrano più che remoti, uno studio scientifico – pubblicato sul numero di novembre del 2021 della rivista olandese Acta Psychologica, attiva dal 1935, con il titolo: “The influence of duration, arm crossing style, gender, and emotional closeness on hugging behaviour” – ha analizzato quali siano la durata e la modalità ideali dell’abbraccio come gesto benefico per chi lo dà e per chi lo riceve. Nonostante l’evidente malattia sociale di cui soffre chi ha concepito e realizzato uno studio del genere produca istintivamente una reazione di sarcasmo o di indifferenza, va detto, più a sangue freddo, che in questo singolo articolo possiamo scorgere moltissime delle distorsioni ideologiche che abbiamo discusso altrove.

Partiamo dall’utilitarismo: l’abbraccio si dà per averne un beneficio; tale beneficio può essere osservato e misurato a dispetto della sua interiorità; la sua osservazione-misurazione è meritevole di essere diffusa socialmente.

Proseguiamo con il comportamentismo: abbracciarsi è un comportamento; il comportamento di chi legge l’articolo e crede nella sua validità potrà essere condizionato, positivamente, da tale lettura; come tutti i comportamenti, anche questo sarà valutato socialmente. Gli autori parlano, in effetti, dei

fattori che influenzano la valutazione e il comportamento dell’abbraccio.

Andiamo ancora avanti, con il tecnicismo e con il paternalismo scientistico: è fondamentale eseguire l’abbraccio nel modo migliore, inclusa la durata consigliata; la scienza può indicare quale sia tale modo migliore, aiutandoci a perfezionare la competenza sociale del saper abbracciare generando piacere e senza suscitare imbarazzo.

Ci sono poi, come già implicato in quanto detto sopra, il materialismo (o riduzionismo naturalistico) e il matematicismo: il comportamento-abbraccio è concepito come qualcosa di analizzabile in termini materiali e numerici.

Non mancano, dunque, i fenomeni – tra loro strettamente legati – della socializzazione, alienazione e massificazione: sono gli esperti a decretare, mediante analisi che mirano all’oggettività, quale sia il modo migliore di compiere individualmente il rituale sociale dell’abbraccio, alla persona massificata non restando dunque che eseguire nel miglior modo possibile qualcosa che, in fondo, non le appartiene più; un piccolo progresso collettivo, sociale, sarà conseguito – dal punto di vista dei benefici fisici e mentali garantiti dagli abbracci – se e quando le masse compiranno al meglio tale rituale.

Vi è poi – sembra incredibile, parlando di abbracci – l’atomizzazione sociale: la correlazione individuata sul piano oggettivo tra il gesto di abbracciare e il rischio di mettere in imbarazzo non può non tendere, infatti, a scoraggiare e dunque a ridurre la diffusione del gesto stesso, nonostante tale correlazione sia ovviamente sempre stata presente in tutti noi sul piano intuitivo.

Notiamo, infine, l’infantilismo e l’autoreferenzialità socialmente autistica: la sola idea di abbracciare qualcuno per beneficiarne io o, comunque, anch’io, dà forma alla peggiore immaturità e al più meschino egocentrismo che è in me. Certo, a volte abbracciamo perché ne sentiamo il bisogno; ma in tale nostro bisogno c’è, in tutta evidenza, anche e prevalentemente quello di smettere di pensare solo o principalmente a noi stessi.

Con tutto quanto appena scritto non si intende certo sostenere che le persone seguiranno in massa questi suggerimenti o quasi-precetti comportamentali, che daranno grande peso a questi deliri scientistici e utilitaristici, che l’articolo pubblicato da Acta Psychologica diventi nel prossimo futuro qualcosa di diverso da quello che oggi è: un’idiozia, destinata a essere quasi del tutto dimenticata. Si intende semplicemente sostenere che, divulgando per un certo periodo l’articolo alla radio, in televisione, nel web, è stato aggiunto un ulteriore brick in the wall. Gli autori non hanno costruito il quadro; lo hanno perfezionato con un tassello. Hanno aggiunto un mattone in un angolo finora dimenticato dell’enorme muro, un piccolo angolo che era ancora scoperto.

Dopo tutto non è che / un altro mattone nel muro. [1]

Che ciò sia stato fatto proprio mentre la società occidentale è giunta a problematizzare il desiderio e il gesto dell’abbraccio, non può essere in alcun modo ignorato, qualsiasi fosse la consapevolezza in merito da parte degli autori nel momento in cui hanno progettato l’articolo.

Alberto Cassone


[1] Pink Floyd, Another Brick in the Wall – Part 2, in The Wall, 1979.