Karl Marx, come profeta, finora non si è sbagliato: egli era, culturalmente, un occidentale, un europeo, oltre che un degno erede della civiltà ebraica; di fatto, la sua profezia riguardava in primo luogo l’Occidente, l’Europa.

Se affermiamo che come profeta finora egli non si è sbagliato, è perché il modello dello Stato occidentale repubblicano, nazionale e sociale, storicamente succeduto allo Stato liberale, patriottico e di diritto (sempre occidentale) e diffusosi in tutto il mondo ha realizzato la “dittatura del proletariato”.

Vediamo di spiegarci bene. Lo Stato sociale, costruito nella prima metà del Novecento in Europa sia dalle socialdemocrazie al potere che dai regimi di estrema destra, nonché costruito – in modo molto più audace ma anche molto meno duraturo – negli USA dalla quasi-autocrazia presidenzialistica rooseveltiana, è la “dittatura del proletariato”, intendendo quest’ultimo come classe sociale composta dai lavoratori dal reddito medio o basso e dai professionisti (piccoli imprenditori inclusi) dal reddito instabile; una classe sociale numericamente ampiamente maggioritaria che, sebbene non ne sia per nulla consapevole, detiene di fatto, attraverso il suffragio universale e la “pubblica opinione”, il potere sociale e ideologico, un potere consistente in primo luogo – ma non esclusivamente – nel controllo delle politiche statali e dei mezzi di informazione.

Ogni dittatura è, naturalmente, un’ingiustizia, anche quando incarna programmaticamente il rovesciamento di un’ingiustizia passata; altrettanto naturalmente, non avrebbe alcun senso pensare di sistemare il tutto, di aggiustare i torti e rimediare alle storture, di fare finalmente ordine e rimettere in sesto la Storia mediante una contro-dittatura, reazionaria, delle élite.

Nessuno, neanche la coppia di pensatori che la generò, poteva prevedere, al momento della profezia marx-engelsiana, quale forma avrebbe preso la “dittatura del proletariato”, il dispotismo statalistico socializzante; Marx stesso si limitò a delineare, assieme al suo più rigido, schematico e dogmatico amico Engels, alcuni suoi tratti, sotto forma di una narrazione, pubblicata nel 1848 e ambientata nel futuro:

Abbiamo già visto sopra che il primo passo nella rivoluzione dei lavoratori è l’elevazione del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia.

Il proletariato userà il suo potere politico per strappare progressivamente alla borghesia tutti i suoi capitali, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, dunque del proletariato organizzato in classe dominante, e per moltiplicare il più rapidamente possibile la massa delle forze produttive.

In un primo momento ciò può accadere solo per mezzo di interventi dispotici sul diritto di proprietà e sui rapporti di produzione borghesi, insomma attraverso misure che appaiono economicamente insufficienti e inconsistenti, ma che nel corso del movimento si spingono oltre i propri limiti e sono inevitabili strumenti di trasformazione dell’intero modo di produzione.

Queste misure saranno naturalmente differenti da paese a paese.

Per i paesi più sviluppati potranno comunque essere molto generalmente prese le misure seguenti:

1) Espropriazione della proprietà fondiaria e impiego della proprietà fondiaria per le spese dello Stato.

2) Forte imposta progressiva.

3) Abolizione del diritto di successione.

4) Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.

5) Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato attraverso una banca nazionale dotata di capitale di Stato e monopolio assoluto.

6) Centralizzazione di ogni mezzo di trasporto nelle mani dello Stato.

7) Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano sociale.

8) Uguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.

9) Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria, misure volte ad abolire gradualmente la contrapposizione di città e campagna.

10) Educazione pubblica e gratuita di tutti i bambini. Abolizione del lavoro dei bambini nelle fabbriche nella sua forma attuale. Fusione di educazione e produzione materiale, ecc., ecc.

Una volta sparite, nel corso di questa evoluzione, le differenze di classe, e una volta concentrata tutta la produzione nelle mani degli individui associati, il potere pubblico perderà il suo carattere politico. Il potere pubblico in senso proprio è il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra. Quando il proletariato inevitabilmente si unifica nella lotta contro la borghesia, erigendosi a classe egemone in seguito a una rivoluzione, e abolendo con la violenza, in quanto classe egemone, i vecchi rapporti di produzione, insieme a quei rapporti di produzione esso abolisce anche le condizioni di esistenza della contrapposizione di classe, delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.

Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e le sue contrapposizioni di classe, subentra un’associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.

Stilate da Marx ed Engels e da essi stessi fortemente relativizzate mediante le due fondamentali avvertenze:

Queste misure saranno naturalmente differenti da paese a paese. Per i paesi più sviluppati potranno comunque essere molto generalmente prese le misure seguenti […] (Manifesto del Partito comunista, cit. Corsivi nostri)

le dieci misure “dittatoriali” furono, in vari modi e gradi, sostanzialmente realizzate nell’epoca appena menzionata, tanto che Karl Popper poteva, già nel 1945, scrivere nel suo La società aperta e i suoi nemici quanto segue:

che sia assolutamente assurdo identificare il sistema economico delle democrazie moderne con il sistema che Marx chiamò “capitalismo”[1] risulta evidente al primo sguardo, confrontandolo con il suo programma in dieci punti per la rivoluzione comunista. Se lasciamo da parte i punti più irrilevanti di questo programma […] possiamo senz’altro dire che nelle democrazie la maggior parte di questi punti è stata messa in pratica, o completamente o in considerevole misura; e con essi, molti passi importanti, ai quali Marx non aveva neppure pensato, sono stati compiuti nella direzione della sicurezza sociale […]. Un certo numero di punti del programma di Marx (per esempio: “1. Espropriazione della proprietà fondiaria”) non è stato attuato nei paesi democratici.

Dal tempo in cui Popper scrisse queste parole sono trascorsi quasi ottant’anni, un periodo in cui non pochi ulteriori “passi importanti” sono stati “compiuti nella direzione della sicurezza sociale” e anche a proposito della proprietà fondiaria di Stato; la sicurezza sociale, del resto, è un elemento costitutivo fondamentale dello Stato sociale nazionale. Karl Popper fu un teorico della scienza e un logico che si dedicò anche a questioni ideologiche; ma è un’altra “disciplina”, quella storica, a insegnarci che in Europa il pensiero e la prassi marxiana e poi marxista, dalla loro nascita fino alla prima guerra mondiale e poi, in buona parte, fino alla seconda guerra mondiale, ebbero a incontrarsi e scontrarsi (per poi in parte integrarsi in essi, ad esempio con le socialdemocrazie, da Marx duramente avversate con valide argomentazioni e che, eppure, ebbero un ruolo chiave nella realizzazione della profezia sociale marx-engelsiana) con ordinamenti statali di fatto autocratici e imperialistici, non certo con fantomatici ordinamenti “democratici” ai quali attribuire il merito storico della creazione dello Stato sociale.

Ad esempio, il suffragio universale introdotto in Germania non toglieva nulla al carattere autocratico e imperiale del “Secondo Reich” tedesco e al ruolo insignificante, in quanto meramente consultivo, che vi svolgeva il parlamento imperiale, Reichstag, eletto appunto con suffragio universale. Il consiglio federale, Bundesrat, era dominato dall’elemento prussiano; soprattutto, la Cancelleria, vale a dire il governo, rispondeva delle sue azioni esclusivamente di fronte all’imperatore. La socialdemocrazia tedesca, a sua volta, nacque – come forza governativa – nel 1919, tenuta a battesimo dall’assassinio di Rosa Luxemburg e dalla repressione nel sangue dei movimenti comunisti e comunitari, per poi passare alla storia come principale protagonista politica di quella “Repubblica di Weimar” che avrebbe ceduto, “democraticamente”, il potere al folle gruppo antisemita hitleriano.

Non è neanche il caso di discutere sulla natura imperialistica e autocratica degli “stati nazionali” francese e britannico. Riprendiamo, piuttosto, un fondamentale passaggio, già citato in precedenza:

Lo stato sociale, assistenziale o del benessere (welfare state) affonda le sue radici negli ultimi decenni dell’Ottocento. Esso è stato il prodotto per un verso della lotta dei lavoratori e per l’altro delle iniziative delle classi dirigenti per integrare le masse nello stato attenuando le radici dei conflitti politici e sociali. Un precedente particolarmente significativo e importante è stata la legislazione sociale messa in atto da Bismarck in Germania nel corso degli anni Ottanta del XIX secolo. Ma le origini vere e proprie dello stato sociale vanno ricondotte alle politiche di intervento messe in atto soprattutto dai governi socialdemocratici e laburisti dei paesi scandinavi e in Gran Bretagna negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, a partire dalla crisi economica del 1929. Misure organiche a favore dei lavoratori e degli strati più deboli vennero varate anche nell’Italia fascista, nella Germania nazista e nell’America rooseveltiana. (Massimo L. Salvadori, “Stato”, cit.)

Lo Stato sociale fu costruito, in Italia, in piccola parte dalla monarchia liberale e in gran parte dal regime fascista; altrove, esso fu sviluppato da governi socialdemocratici nel quadro di ordinamenti statali ben lungi dall’essere democratici; in Germania, nacque nel contesto dell’anticomunismo imperialistico e fu potentemente sviluppato dal nazionalsocialismo.

Un discorso in buona parte diverso va fatto, naturalmente, per quanto avvenuto ai margini dell’Occidente o del tutto al di fuori di esso – in URSS e più tardi in Cina – nonché nell’Occidente non europeo, vale a dire negli USA: in questi ultimi, il New Deal rooseveltiano fece sì che alcuni elementi dello Stato sociale temporaneamente penetrassero nel liberalismo repubblicano-calvinista statunitense; ma, sebbene lo strapotere di Roosevelt e l’audacia creativa delle sue politiche statali socializzanti fossero stati, negli anni di crisi economica strutturale precedenti la Seconda guerra mondiale, clamorosi, accadde poi – come avvenuto due decenni prima con i “quattordici punti di Wilson” posti alla base della Società delle nazioni – che il destino degli USA si rivelò quello di incarnare l’avanguardia storica di particolari politiche occidentali che essi stessi avrebbero però rapidamente abbandonato, prendendo strade decisamente diverse.

Lo Stato sociale nazionale e repubblicano europeo ha attraversato, nella seconda metà del Novecento e nei primi venti anni del terzo millennio, diverse vicende storiche; la sua caratterizzazione come “repubblicano” è certamente, rispetto al suo essere “sociale” e “nazionale”, quella meno rilevante e credibile, tanto è vero che in diversi casi esso è oggi formalmente monarchico. Abbiamo visto come la sua forma sia, sempre parlando dell’oggi, quella di un rigido sistema ideologico e sociale molto più che quella di un organismo civile aperto, come è del resto inevitabile quando riflettiamo sulla natura geneticamente oppressiva, o – quanto meno – irrimediabilmente sovranistica dello Stato moderno e della sua “società civile” rispetto alle caratteristiche di tutt’altro segno naturalmente proprie delle comunità civili, politiche e repubblicane.

Stato. Organizzazione della vita collettiva di un gruppo sociale sopra un territorio, secondo propri fini per raggiungere i quali si serve dell’esclusività del potere coattivo. […] Risale a J. Bodin l’attribuzione allo stato di un carattere specifico che da allora in poi verrà considerato come l’elemento essenziale per distinguere lo stato da ogni altra forma di organismo sociale: la sovranità, vale a dire la proprietà che ha lo stato di essere titolare di un potere che non riconosce al di sopra di sé alcun altro potere, in altre parole di un potere che è costitutivo di ogni altro potere inferiore, ma non è a sua volta costituito da un potere superiore. Questo sommo potere è legiferante e giudicante; ha il dovere e il diritto di resistere anche ricorrendo alla forza contro ogni violazione delle leggi da esso poste o riconosciute, ma è a sua volta irresistibile, nel senso che i soggetti hanno il dovere assoluto di obbedire ai suoi comandi […] Tradizionalmente si riconoscono in N. Machiavelli, J. Bodin, G. Altusio, Th. Hobbes i primi teorici dello stato moderno, vale a dire di una forma di organizzazione del vivere associato caratterizzata dalla riduzione alla condizione di privati (di potere) degli individui e dalla correlativa astrattezza dalla società del potere, stretto tutto nelle mani del sovrano, che ordina e progetta razionalmente, in quanto astratto, super partes, e quindi indifferente a ogni pretesa particolare […]. Storia dell’affermazione della sovranità e storia dello stato moderno hanno così potuto essere identificate […]. L’assolutizzazione dello stato moderno, come forma permanente e necessaria di organizzazione della società, e la necessità di fondarlo non più ideologicamente, ma naturalisticamente, di fronte a chi ne contestava le caratteristiche universali e progressive hanno portato verso la fine del sec. XIX a estendere il fenomeno stato fuori dell’età moderna. Forme di stato sono diventate così l’impero romano, quello persiano, le città stato greche. Oggi si tende a superare questa visione e la stessa prospettiva evoluzionista. (“Stato”, in L’universale. La grande enciclopedia tematica. Diritto, volume II, M – Z, Garzanti, 2003-2004)

L’illegittimità, o inaccettabilità, sia pratica che teorica, dello Stato moderno per noi non sta tanto nel suo essere

un potere che è costitutivo di ogni altro potere inferiore, ma non è a sua volta costituito da un potere superiore

bensì nel suo essere un potere generale che è costitutivo di ogni potere particolare, ma non è a sua volta costituito da ciascun potere particolare.

Gli odierni “servitori” (“funzionari”) del proletariato al potere, anche detti “tecnocrati”, sono professionisti colti e benestanti; il proletariato stesso, dopo essersi sollevato – soprattutto grazie al suo durissimo lavoro; un durissimo lavoro accompagnato dal già analizzato riconoscimento ideologico, giunto fino alla nascita di un culto “lavoristico”, del lavoro stesso – a un certo benessere materiale durante l’epoca della “civiltà dei consumi”, sta attualmente regredendo verso la condizione precedente, quella condizione per uscire dalla quale la vigente “dittatura” – o, più precisamente, il vigente neototalitarismo, di natura sociale e non politica – era stata costruita, come abbiamo appena raccontato, a partire dalla prima metà del Novecento, nelle forme più “rispettabili” e gradualistiche delle socialdemocrazie nordeuropee e in quelle meno presentabili, meno “borghesi” di facciata e decisamente meno gradualistiche, dell’idiota e violento fascismo e dell’infernale, diabolico nazionalsocialismo.

Se da una parte l’élite, ridotta sotto gli occhi di tutti a servire tecnicamente e specialisticamente, fornendo gli “esperti” e i “competenti”, il proletariato, oggi si riduce a sua volta (ma la maggior parte dei suoi membri ha accettato e abbracciato il sistema, in tale nuova alleanza consistendo lo spirito del neoliberalismo o neoprogressismo sociocratico: abbiamo a tale proposito parlato, in C.S., del ruolo attivamente massificante delle élite odierne) a tentare di sovvertire in modo reazionario e velleitario la “dittatura” per restaurare lo Stato pre-sociale “cospirando dietro le quinte”, il proletariato sta d’altra parte oggi precipitando, per propria colpa (ad esempio, per troppa arroganza populistica; per troppo conformismo sociale; per la sua non universale ma certo generale arrendevolezza rispetto alla massificazione, all’atomizzazione, al competitivismo, al produttivismo, al consumismo, all’alienante riduzionismo materialistico) ancor più che per colpa delle pur innegabili (e patetiche) “trame” capitalistiche, verso una situazione che oggettivamente, materialmente, non toccherà mai più i livelli di disperazione del passato ma che, dal punto di vista esistenziale – un punto di vista che include le condizioni materiali oggettive ma che, come abbiamo avuto diverse occasioni di osservare, non si limita affatto a esse – è probabilmente già peggiore di quanto non lo sia mai stata.

Non avrebbe alcun senso, però, credere nell’avvenuta realizzazione della narrazione profetica di Marx fin qui per poi rifiutarsi di credere nella sua potenziale realizzazione di qui in avanti: non ci resta, dunque, che interpretare, passando dal piano della religione sociale a quello della religione civile, l’attuale grave crisi del proletariato – e dunque della sua “dittatura” statale-sociale – come il possibile segno dell’inizio della seconda e ultima fase della profezia stessa, quella della dissoluzione dello Stato moderno.

Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e le sue contrapposizioni di classe, subentra un’associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.

Tale associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti, oggi, possiamo tranquillamente chiamarla, liberandoci dell’onnipresente terminologia socializzante, “comunità civile”: un ideale politico assieme utopico ed etico, capace dunque sia di orientarci che, almeno in parte, di guidarci.

Diviene, così, evidente come la narrazione profetica marxiana sia da interpretare come sociale per la parte già realizzata, come politica, civile per la parte ancora da realizzare; una parte, quest’ultima, che va svolta non più come lotta di classe, non più come inevitabile ingiustizia che rimedi, così facendosi paradossalmente “giusta”, a una precedente ingiustizia, bensì come lotta civile repubblicana, inclusiva, che miri a trascendere costituzionalmente e costruttivamente le identità di reddito – e quindi le distinzioni sociali, la coscienza di classe proletaria e quella dell’élite – per concentrarsi sulla dimensione politica, dedicandosi all’estinzione dello Stato e alla ricostruzione della comunità repubblicana, la quale – a differenza dello Stato stesso – ha tra le sue varie caratteristiche quella di non poter prescindere in alcun modo dalla valorizzazione del ruolo del confronto dialogico assembleare. Nel confronto, nel dialogo parlamentare, non nella costituzione politica, le distinzioni sociali e tutte le altre tipologie di differenze trovano la loro legittima e fertile espressione.

Nel potente pensiero narrativo e profetico di Marx è operante – ne abbiamo parlato – un principio costitutivo fondamentale della civiltà ebraica. Nell’antica Israele, accanto al Profeta, vi era il Re; l’opera dell’uno non avrebbe avuto alcun senso senza l’opera, complementare ma anche contrapposta, dell’altro. In questo modo, possiamo spiegarci l’antisocialismo e l’anticomunismo caratteristici dei personaggi e gruppi storici europei che, formatisi nel quadro delle ideologie socialista e nazionalista, hanno concretamente e più che dispoticamente realizzato la prima fase della profezia marx-engelsiana, barbaricamente rinnegandone la sostanza umanistica e umanitaria mentre, nel prenderla alla lettera, ne affermavano – fingendo e illudendosi di ripudiarla – la forma sociale e ideologica.

La “seconda fase”, che non potrà in alcun modo essere opera di una sola persona o di un piccolo gruppo di persone e che non accetterà per nessuna ragione al mondo di includere la violenza tra i propri mezzi di affermazione, non dovrà solo estinguere lo Stato sociale nazionale [2], bensì dovrà anche – nei limiti del possibile – lavar via i peccati da noi commessi nella “prima fase”, cercando di realizzare ciò che sappiamo bene essere irrealizzabile, vale a dire il paradiso (politico – e la politica non è tutto quando non è totalitaria) in Terra. Tale paradiso, specificamente politico e niente affatto totale – vale a dire, non riguardante la dimensione prepolitica, pre-pubblica, pre-civile dell’esistenza umana, una dimensione che assurdamente abbiamo scelto di chiamare “privata”, così facendo socializzandola – non arriverà, non potrà arrivare; ma solo nella sua ostinata ricerca, nella lotta civile per la costruzione di una pluralità di comunità repubblicane (naturalmente, ogni civiltà costruendo la propria e sperando di poter contagiare gli altri gruppi: nessun coordinamento centrale, per carità, non vogliamo certo cadere nella terribile, dispotica e distopica Utopia di Thomas More) le cui dimensioni non siano più quelle odierne, spersonalizzanti e atomizzanti, massificanti e leviataniche, degli Stati sociali nazionali; solo inseguendo testardi tale nostra utopia potremo farci perdonare e potremo perdonarci quell’inferno totalitario che, invece, abbiamo realizzato eccome, è arrivato eccome.

Tonight my baby and me, we’re gonna ride to the sea

and wash these sins off our hands.

Se non abbiamo paura di esprimerci, parlando di storia e politica, in termini formalmente religiosi – lavar via i peccati, paradiso politico, inferno totalitario – è perché il nostro ideale di religione civile è fondato sul potere del racconto ed è dunque, nella sua sostanza, distante tanto dalla dimensione del sacro quanto da quella della religione secolare.

Le profezie politiche sono narrazioni utopiche; in quanto tali, esse orientano potentemente, ma non si concretizzano certo da sole; né sono mai esaustive e infallibili, al contrario: esse non sono mai in condizione di aiutarci quando arriva il momento di sistematizzare e di dettagliare analiticamente. Chi le concretizza, dunque, al tempo stesso le completa in parte e in parte le smentisce, in parte le realizza e in parte le rinnega. Non ci si può dunque limitare, neanche per la “seconda fase” della profezia, quella civile, che tanto più umana – nel senso dell’affermazione dei valori ideali umani – della prima, quella sociale, dovrà essere, ad affidarsi acriticamente alla genialità visionaria e anche analitica di Marx; la fine dello Stato non può rappresentare la fine della dimensione politica e il trionfo della dimensione sociale, al contrario: essa deve rappresentare la rinascita della politica.

Non è l’anarchia libertaria, individualistica o collettivistica che sia, degli “esperimenti sociali” su piccolissima o su grandissima scala ad aspettarci, se sapremo lottare: è invece la tanto difficile quanto stimolante costruzione di una nuova civiltà repubblicana e comunista ad attenderci. Non è dunque vero che

il potere pubblico perderà il suo carattere politico. Il potere pubblico in senso proprio è il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra […].

Piuttosto, oggi, diciamo: il potere pubblico perderà il suo carattere sociale, perché il potere sociale in senso proprio è il potere organizzato di una classe per soggiogarne un’altra.

La fine dello Stato nazionale, quando concepita come inizio dell’Anarchia politica o del Socialismo cosmopolitico, altro non è che la premessa fondativa della creazione di un unico Stato mondiale umano.

La nuova situazione […] implica che il diritto ad avere diritti, o il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa. […] questo dilemma non sarebbe eliminato dalla creazione di un “governo mondiale” […] i crimini contro i diritti umani, che sono diventati una specialità dei regimi totalitari, possono sempre venir giustificati con l’affermazione che diritto è quanto è bene o utile per il tutto distinto dalle sue parti. (La massima hitleriana “Diritto è quel che giova al popolo tedesco” è soltanto la forma volgarizzata di una concezione della legge che si trova diffusa dovunque e che in pratica rimane inoperante solo finché le vecchie tradizioni presenti nelle costituzioni lo impediscono.) L’identificazione del diritto con l’utile – per l’individuo, la famiglia, il popolo o il maggior numero di persone – diventa inevitabile una volta svanita l’autorità dei criteri assoluti e trascendenti della religione o del diritto naturale. La difficoltà non viene meno se la collettività a cui si riferisce il bene comune comprende l’umanità intera. Perché è perfettamente concepibile, e in pratica politicamente possibile, che un bel giorno un’umanità altamente organizzata e meccanizzata decida in modo democratico, cioè per maggioranza, che per il tutto è meglio liquidare certe sue parti. (Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, cit.)

Tale Stato mondiale, potentissimo accentratore di risorse e popolazioni e razionalissimo distributore di carote e bastonate – un SuperLeviatano sociale e ideologico che forse continueremmo per diverso tempo, trionfanti nell’orgoglio di nascere infine tutti perfettamente uguali, tutti pienamente umani, a chiamare nazionale oltre che “umano”, proprio come oggi chiamiamo, in onore di un recente passato in gran parte immaginario e ipocrita, “Stato di diritto” o “Stato repubblicano” lo Stato sociale nazionale – consisterebbe nella progressiva costruzione di un sistema universale razionalmente e tecnicamente repressivo e oppressivo, al tempo stesso neoliberale e neoprogressista e dunque, in definitiva, di un totalitarismo sociocratico, capace di emancipare ogni essere umano da ogni dovere – fatto salvo quello dell’adesione ideologica, un’adesione talmente incondizionata da farsi inconsapevole – e di rendere obbligatorio ogni diritto e inconsistente, evanescente, arbitrario e sovranistico ogni potere; per questa ragione, dobbiamo lottare affinché il nostro futuro politico prenda invece, il più possibile, la forma di un pluralismo repubblicano; affinché esso sia comunista, nel senso comunitario e culturale, dunque civile, non in quello socialistico e ideologico, dunque sistematico, del termine.

Così come la nostra utopia comunista repubblicana è irrealizzabile, ma va comunque perseguita, analogamente lo spauracchio tecnocratico dello Stato totalitario mondiale non è realizzabile, gli esseri umani non essendo insetti, ma può essere comunque perseguito – ed è proprio quanto certamente avverrebbe nel corso del suo folle perseguimento che sta a noi sventare, adoperandoci nella direzione opposta.

Prima della nascita o, meglio, della piena maturazione dello Stato, avvenuta oltre mezzo millennio fa, nella dimensione politica dell’esistenza umana vi erano, principalmente, delle repubbliche e degli imperi; dunque, se l’“essere di sinistra” ha ancora oggi un qualche senso reale, vale a dire radicato nella realtà, esso sta nella scelta – che non per questo si riduce a essere semplicemente “una scelta di sinistra”, essendo ben di più – di battersi per un mondo post-statale che sia, in forme decisamente rinnovate, perché non avrebbe senso ispirarsi solo al passato, repubblicano e non imperiale; sta nello schierarsi dalla parte della comunità civile contro quella del sistema sociale. Compiere questo tipo di scelta e agire di conseguenza è oggi molto, molto più importante del sentirsi, tanto nobilmente quanto aridamente e sterilmente, “di sinistra”. L’autocompiacimento non è il faro di nessuna epoca, tanto meno della nostra; la nostra religione civile racconta di ben altri valori.

Alberto Cassone


[1] Ma Marx studiò il “modo di produzione capitalistico”, non il “capitalismo”: quest’ultimo termine non compare nella sua opera. Popper, anche se in misura minore rispetto agli altri teorici liberali, confonde a volte il pensiero marxiano con quello marxista.

[2] Il ripudio dello Stato deve essere inteso con riferimento a ogni forma dello Stato stesso, non certo solo a quella attuale, territorialmente frammentata in diversi spazi “corrispondenti” a diverse civiltà: infatti, se da una parte sarebbe da parte nostra insensato e paradossale, ma comunque possibile e anzi – proprio in quanto insensato – probabile, continuare a chiamare “nazionale” un unico Stato mondiale, trasformando l’ironica battuta einsteiniana “razza? Umana!” in una cosa seria, tale appellativo sarebbe invece perfettamente appropriato a un eventuale Superstato europeo, così come a un eventuale Superstato asiatico, di fantapolitica matrice russo-cinese.